«La criminalità dell’ex Urss paragonabile alla ’ndrangheta»
REGGIO EMILIA. «È un po’ troppo frequente che un gruppo criminale, originario di una cultura così lontana e distante come la mafia dell’ex Urss, consideri Reggio Emilia “casa propria”, una base accogliente per qualsiasi scorribanda». Ha subito paragonato la ’ndrangheta emiliana alla criminalità georgiana il procuratore capo Marco Mescolini, che ieri, al ringraziamento del questore Giuseppe Ferrari per la disponibilità e la collaborazione mostrate dalla Procura, ha risposto con un «grazie, mi fa particolarmente piacere in questo periodo», alludendo alla sua audizione prevista proprio per ieri al Csm per la vicenda degli incarichi dei procuratori generali pilotati dall’ex magistrato Luca Palamara.
Tornando alla maxi operazione il procuratore, interpellato sulla numerosa comunità georgiana di onesti lavoratori presenti storicamente nella nostra città e sollecitato sui possibili parallelismi tra l’immigrazione dall’Europa dell’Est e quella dalla Calabria, ha osservato: «Entrambe le organizzazioni hanno mostrato di avere una struttura verticistica e di livello ed entrambe sono accomunate dal fatto che, pur essendo nate in un ambito territoriale completamente differente, qui hanno trovato un terreno accogliente. Tuttavia la differenza discriminante è che i georgiani si sono specializzati in un determinato settore di illegalità, quello dei furti in abitazione, quindi sono stati impermeabili alla società che li circonda. La ’ndrangheta, invece, si è mostrata molto più totalizzante e generalista nell’azione criminale, più pervasiva nell’infiltrazione nel tessuto economico e di conseguenza più pericolosa».
La principale difficoltà dell’indagine, secondo il procuratore Mescolini, è stata «ricostruire la matrice unitaria dei reati associativi, gettare un fascio di luce oltre i singoli fatti che potevano apparire bagatellari e che invece nascondevano una struttura impressionante, per numeri e prontezza di reclutamento. La collega titolare dell’inchiesta, il pm Isabella Chiesi, è stata particolarmente abile a riconoscere il fenomeno, acconsentendo a investire tempo e risorse in questa impegnativa indagine, confluita in un’ordinanza di 800 pagine». —
Am.P.
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