Gazzetta di Reggio

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L’insediamento 

Reggio chiamata “casa nostra” e considerata un posto sicuro

Am.P.

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REGGIO EMILIA. “Casa nostra”: così i criminali georgiani definiscono Reggio Emilia nelle intercettazioni. Se i colpi a loro attribuiti nel Reggiano sono meno della metà del totale, secondo gli inquirenti la nostra città è la base operativa e logistica del gruppo, un posto sicuro dove poter tenere riunioni al vertice. Da qui partono le batterie che colpiscono in altre province o arrivano le batterie che hanno terminato l’opera altrove. Come i due malviventi fermati nella stazione di piazza Marconi il 19 febbraio 2016, dopo essere appena scesi dal treno proveniente da Piacenza, dopo una nottata intensa. Il 10 maggio 2016, nell’immediatezza di un raid a Bologna, tre connazionali vengono fermati nel capoluogo e altri due complici a Reggio. Qui viene recuperato il bottino di una villa svaligiata alla Spezia: gioielli rinvenuti in parte in un monte dei pegni e in parte nel domicilio di una donna connazionale, in possesso di una pelliccia trafugata già divisa in pezzi. In un esercizio commerciale situato nella periferia di Reggio e gestito da georgiani, nel dicembre 2016, avviene un vero e proprio summit: ospite d’eccezione un boss definito “ladrone”, una figura apicale proveniente da Bari che ha il potere di dirimere controversie di ogni tipo. Per rendergli onore e portargli doni si mobilitano i sodali da mezza Italia in segno di ossequio, come viene ricostruito dall’indagine: un connazionale – uno degli arrestati di ieri – parte da Padova e arriva nella nostra città con l’unico scopo di portare di persona un orologio d’oro, un regalo per ingraziarsi il boss.

Reggio assicura una notevole disponibilità di immobili: sono ben 35 gli appartamenti a disposizione dell’organizzazione, per chiunque sia di passaggio. Sono alloggi dove risiedono gli associati “puliti” del gruppo, che hanno un ruolo logistico: oltre all’ospitalità i connazionali – insospettabili, con famiglia e un lavoro regolare – offrono pure le auto per le scorribande. Ed è sempre Reggio il luogo dove l’associazione può reinvestire i proventi dell’attività illecita, ad esempio acquistando immobili.

Il metodo georgiano si rivela alquanto efficiente. Per l’attività quotidiana i georgiani dispongono di “batterie” di 3-4 persone, intercambiabili nei componenti e abituati agli spostamenti: se a Reggio non si trovano uomini sufficienti, basta allertare i sodali e il giorno seguente arriva una batteria fresca. La “firma” dei georgiani? È quella di fabbricarsi in modo artigianale gli arnesi per aprire porte e casseforti senza lasciare segni dello scasso.

Un provvidenziale video, filmato dalle telecamere interne di una palazzina, è considerato dagli inquirenti paradigmatico del modo di agire dei predoni, che sono stati ripresi durante un sopralluogo durato un’ora e mezza.

I malviventi non lasciano nulla all’improvvisazione e si preparano con scrupolo recandosi sul posto e prendendo le misure della serratura per costruire un arnese ad hoc: poi se ne vanno lasciando una cartina in mezzo alla porta d’ingresso e, se quella cartina non si è mossa la notte seguente, è il segnale di via libera. —

Am.P.

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