Gazzetta di Reggio

Reggio

Opere di Minerbi nel cimitero semiabbandonato di Canossa

Federica Soncini

I bassorilievi bronzei dello scultore sono nella parte privata dell’antico camposanto situato ai piedi della rupe di Matilde

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CANOSSA. «Io Canossa, sono monda da tutte le sordidezze ed è bello in me anche il luogo del sepolcro». Così Donizone fa parlare in prima persona la bianca rupe di Canossa nella “Vita Matildhis” (opera biografica in latino composta tra il 1111 e il 1116 dal monaco benedettino biografo di Matilde, abate del monastero di Sant’Apollonio di Canossa, sulla vita e sulle gesta della Grancontessa) e così leggiamo in una delle lastre di bronzo incise e incastonate nei muri della struttura funeraria sul retro del cimitero di Canossa, caratteristico e suggestivo luogo in cui un impluvium degno di una casa romana, con opere e bassorilievi in bronzo di alto pregio, sono sottoposte all’incuria del tempo, alle intemperie e al decadimento di una struttura dimenticata.

Qui un’altra lastra bronzea di grandi dimensioni ritrae una giovane donna vista di schiena, che alza le mani ad un ramo spezzato, simbolo della sua giovane vita infranta. È riportata la scritta «Nani 14 giugno». “Nani” con ogni probabilità è figlia dell’ingegner Natale Prampolini, presidente della Bonifica Parmigiana Moglia-Secchia, realizzata nei primi del Novecento e da lui diretta per una trentina d’anni. Un altro tondo incastrato in una colonna ritrae un profilo di uomo, probabilmente suo autoritratto, simulando una moneta romana, riporta – come il bassorilievo di Nani – la firma di uno dei più importanti scultori italiani degli anni Trenta: Arrigo Minerbi (Ferrara 1881 - Padova 1960). Ebreo di Ferrara, è l’artista prediletto da D’Annunzio, per cui realizzò la sua maschera mortuaria in marmo, il busto di sua madre Luisa e il suo monumento funebre conservato nella cattedrale di Pescara, e poi ancora il busto di Eleonora Duse esposti al Vittoriale di Gardone Riviera. Ed è proprio qui che si trova anche una copia della sua fusione in bronzo della Vittoria del Piave, ora custodita al Museo nazionale della scienza e della tecnologia “Leonardo da Vinci” a Milano. A Ferrara, invece, è sua la fontana monumentale realizzata in cemento armato “l’allegoria del Po e dei suoi affluenti”, così come sono sue la statua del Nettuno a Monterosso a mare e anche la bellissima porta bronzea dell’Editto di Costantino del duomo di Milano, commissionata dall’arcivescovo di Milano ma completata solo nel 1948, perché dovette fuggire e rifugiarsi altrove in seguito alle leggi razziali fasciste.

Anche l’artista Omar Galliani ha espresso stupore e appezzamento per la straordinaria fortuna di avere, proprio a Canossa, un autore così prestigioso, purtroppo non valorizzato e lasciato incustodito e all’incuria del tempo. —

Federica Soncini

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