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il processo di appello 

Pizzo, per i tre Amato condanne confermate «Atti da ’ndrangheta»

Tiziano Soresina
Pizzo, per i tre Amato condanne confermate «Atti da ’ndrangheta»

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Tiziano Soresina

BOLOGNA. Nel 2019, per due settimane, i tre fratelli Mario (30 anni), Michele (23 anni) e Cosimo (21 anni) Amato avevano cercato di tenere sotto scacco Reggio Emilia con richieste di pizzo a quattro pizzerie, sparando contro le loro vetrine e lasciando richieste di soldi sotto forma di pizzini.

Tentativi per certi versi plateali di estorsione, a cui si è aggiunta l’accusa di danneggiamento, il tutto “marchiato” dall’aggravante mafiosa.

Una vicenda che aveva creato non poco sgomento nel Reggiano, rievocata ieri davanti alla Corte d’appello di Bologna che, al termine, ha confermato le condanne di primo grado: 8 anni e 6 mesi di carcere per il fratello maggiore degli Amato, 6 anni agli altri due.

In aula i tre fratelli non ci sono, nemmeno in videocollegamento. Per loro il sostituto pg chiede la stessa condanna emessa nel giugno dell’anno scorso, mentre l’avvocato difensore Bruno Salernitano, nella sua arringa, ritiene che possano essere applicate le attenuanti generiche e soprattutto che venga esclusa l’aggravante mafiosa.

Tesi difensiva che non ha fatto breccia e i tre fratelli rimangono in cella. Nell’udienza preliminare Michele e Cosimo Amato – con “dichiarazioni spontanee” – avevano ammesso i fatti, ma rimarcando di non aver agito con modalità ’ndranghetiste, escludendo contatti con il clan operante in Emilia e con epicentro a Reggio Emilia, come dice da tempo la sentenza di Cassazione sui riti abbreviati di Aemilia.

Un distinguo non indifferente, perché stiamo parlando dei figli di Francesco Amato, condannato in secondo grado al maxiprocesso Aemilia (16 anni e 9 mesi di reclusione) e balzato all’improvviso nelle cronache nazionali per il sequestro-shock alle Poste di Pieve del 5 novembre 2018.

Parole degli imputati che anche in Appello non hanno trovato uno sbocco nella sentenza di condanna. —

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