«Fondamentale contenere il virus per impedire altre varianti»
Andrea Cossarizza, ordinario Unimore di Immunologia «La inglese più infettante, il tasso di mortalità è invariato»
Evaristo Sparvieri
REGGIO EMILIA. «Bisogna assolutamente cercare di impedire che insorgano altre mutazioni. E l’unico modo è ridurre la carica virale nella popolazione: avere il minor numero possibile di persone infette, e contenere il virus con i metodi che tutti ben conosciamo». Il professor Andrea Cossarizza, ordinario Unimore di Patologia generale e immunologia di Unimore, ripete che non è il caso di creare panico. Neanche ora che la variante inglese ha fatto ingresso in Emilia, che comunque non è da prendere sottogamba.
Professor Cossarizza, c’è da aver paura?
«No, per nulla. I virus mutano tutti, per cui trovare nuove varianti è una cosa attesa. La variante inglese è una delle mutazioni presenti in un database internazionale che risale a maggio-giugno. In settembre ha preso il predominio: ha una capacità maggiore di legarsi al recettore e quindi, probabilmente, una capacità di replicazione più alta. Il fatto che si leghi di più alle cellule la rende più infettante. Ci sono diversi dati in merito, che danno valori che oscillano dal 30% all’80% in più. Ma se continuiamo a portare la mascherina, a pulire le superfici, a lavare con frequenza le mani e a rispettare il distanziamento, le misure di contenimento funzionano esattamente allo stesso modo. Le varianti non passano attraverso le mascherine».
È una variante più letale?
«In Inghilterra la variante si è diffusa dall’autunno perché le misure di contenimento non erano minimamente rispettate, e quindi lì ci ha messo poco a diffondersi massivamente. Qui credo che impiegherà di più. Finora i dati sul tasso di letalità sembrano uguali a quelli precedenti. Ma è chiaro che a livello numerico e statistico più persone infette ci sono, maggiore è il numero di decessi, ma non cambia la percentuale rispetto ai pazienti infetti. Quello che è importante è tenere sotto controllo la replicazione e diffusione del virus, ovvero fare in modo che il virus circoli il meno possibile».
Ci sono altre varianti da tenere sotto osservazione?
«Più il virus circola più possono crearsi varianti, nonostante il Coronavirus sia abbastanza stabile. Se circola troppo, però, prima o poi le mutazioni avvengono. Su altre varianti, come la brasiliana o la sudamericana, al momento non abbiamo ancora dati a livello locale».
Ma i vaccini sono efficaci con la variante inglese?
«Al momento non ci sono indicazioni per dire che non funzionino. Anche perché i vaccini inducono una risposta policlonale».
Ovvero?
«Immagini le dita di una mano aperta (che rappresenta la proteina spike del virus) e tanti anticorpi che si legano alla punta di ogni dito, e altri ancora alla base di ogni dito, dove ci sono degli anelli. Se un giorno lei cambia uno degli anelli, ha prodotto una “mutazione". L'anticorpo specifico che legava l'anello, quindi, non funziona perché ora l’anello è diverso. Ma funzionano gli altri anticorpi. Fino a che le mutazioni rimangono numericamente poche, allora possono essere bene controllate».
E cosa si può fare per averle sotto controllo?
«Contenere il virus il più possibile».
Recentemente si è tornati a parlare di lockdown. E l’Emilia sembra a un passo dalla zona arancione. Secondo lei è tornato il momento di chiudere tutto?
«Non saprei rispondere, non sono un politico, ma a me piacerebbe vedere un minimo di programmazione, cosa che non ho visto negli ultimi mesi. Si pensi agli impianti da sci: gestori, ristoratori e sciatori, me compreso, erano pronti per la riapertura degli impianti. C’è chi ha speso un sacco di soldi per metterli in sicurezza, poi da un giorno all’altro, improvvisamente, arriva l’annuncio che non si può più sciare. Oppure si pensi ai ristoranti: a pranzo sì, a cena no. Che differenza c’è fra pranzo e cena, se nel locale sono mantenute le distanze, si tiene la mascherina, tutto viene pulito e si rispettano le norme anti-Covid? Mi chiedo perché non a cena, visto che comunque assistiamo, purtroppo, ad assembramenti di ogni tipo e in ogni ora».
E quindi quale potrebbe essere una soluzione?
«Bisogna capire se e come si possano fare chiusure territoriali a macchia di leopardo, dove ci sono i focolai, e farle subito. Inizialmente, come tutti, sono stato favorevole al lockdown totale: il virus andava fermato subito. Poi abbiamo visto le chiusure “colorate”, che mi sembrano un po' complicate, e le loro conseguenze. Di certo occorre seguire alcune regole molto chiare: sorvegliare e tracciare le persone infette, implementare l’uso e semmai anche lo sviluppo dei vaccini, effettuare analisi sulle varianti con controlli in laboratorio e, più in generale, tenere sotto controllo le tutti gli aspetti legati al virus, perché è abbastanza naturale che insorgano fuori altre varianti».
Il Coronavirus ha una grande capacità di adattamento e quindi mutazione?
«Ci sono virus che mutano davvero molto, come l’Hiv, contro cui è difficile creare vaccini. Il Coronavirus, rispetto ad altri virus, è molto stabile, perché è capace di riparare eventuali errori che compie durante la sua replicazione. Ma i suoi "enzimi di riparo" non sono efficienti al 100%, e quindi talvolta nel genoma virale insorgono mutazioni, del tutto casuali, che, con una logica darwiniana (la legge del più forte) possono essere più infettanti, oppure diventano più deboli e quindi vengono perse. È ciò che è successo con la variante inglese nel momento in cui è diventata predominate: le altre tendono a scomparire. Ed è ciò che è successo mesi fa con la variante D614G, ovvero quella che ha cambiato il virus originale, quello arrivato dalla Cina. Di varianti ce ne saranno molte altre. Ma niente panico, tutto il mondo sta lavorando per contrastare il virus, e per preparare eventuali nuovi vaccini oggi servono poche settimane. È però importante contenere il più possibile il virus con i metodi classici che tutti conosciamo. E quindi: mascherina - ma una di quelle certificate - pulizia delle superfici, lavaggio frequente delle mani, distanziamento». —
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