«Ora ci aiutino con le tasse Ormai siamo in braghe di tela»
La reazione degli albergatori di fronte allo stop agli impianti «La gente ha disdetto, ci restano solo quelli delle gare»
Elisa Pederzoli
VENTASSo. A Cerreto Laghi la doccia fredda del permesso negato alla riapertura degli impianti si è trasformata in uno scenario desolato. Se fino a lunedì qualche turista ancora resisteva, ieri per le strade e nel cuore della località turistica reggiana poche macchine e poche persone. Cerretani, soprattutto. Non è tutto finito: il prossimo fine settimane ci sono le finali delle gare del comitato ligure, da domani torneranno ad arrivare i giovani atleti con le loro famiglie per tre giorni nella neve. Ma certo, lo scenario è molto diverso da quello che ci si immaginava se dal governo fosse arrivato un sì alla riapertura degli impianti. Le prenotazioni c’erano, e anche tante. E avrebbero ridato fiato a una stagione non solo mai decollata, ma di fatto mai davvero partita.
«LE piste SONO sicure»
«Questa chiusura così all’improvviso è stata un danno economico e una beffa. Entrambe le cose. Dopo tanto tempo, speravamo di partire, ci eravamo preparati con il personale, qualche assunzione. Più che altro avevamo delle prenotazioni, di gente ce ne sarebbe stata. Oggi invece c’è il deserto». Parla così Ferrando Nardini dell’Hotel Cristallo, la struttura vista lago con trenta camere nel cuore di Cerreto Laghi. «Speriamo di lavorare questo fine settimana, che non ci chiudano la porta in faccia all’improvviso. Quello davvero sarebbe un bel cazzotto...».
Nardini, come tanti, non è d’accordo con la decisione del governo, sulla spinta del Cts, di non aprire gli impianti da sci. «Tutti ce l’hanno con gli impianti, ma io penso che sia uno dei posti più sicuri, molto più dei trasporti o dei centri commerciali, dei bar e dei ristoranti. E lo dico io che un bar e un ristorante ce li ho – commenta – Come si fa a prendere il virus su una pista da sci dove di fatto c’è già il distanziamento. Sembra una barzelletta». Ancora di più non è d’accordo con i tempi con cui hanno deciso. «Almeno visto che ci avevano fatto preparare, questa settimana ci potevano far lavorare. Almeno per rientrare nelle spese – va vanti – C’era gente che si è fermata perché da lunedì sperava di cominciare a sciare, avevamo una ventina di persone in arrivo. Del resto, il periodo non è semplice, non tutti riescono a prendersi le ferie adesso». Punto, e a capo. Perché ora bisogna guardare alle conseguenze.
«Intanto, mi aspetto un cambio di passo ai vertici del Ministero della Salute – dichiara – La stagione è compromessa, siamo a fine febbraio... Ma almeno che cambi l’atteggiamento. Aprire gli impianti con le restrizioni che loro avevano imposto forse era la cosa più sicura da offrire al popolo italiano, per svagarsi in sicurezza. Mi auguro che questi tecnici si facciano da parte». «Poi – va avanti – sui ristori dobbiamo dire che quelli di novembre non si sono ancora visti. Speriamo che ci siano anche perché vivere in montagna comporta costi molto alti, pensiamo al riscaldamenti, all’elettricità: a dicembre ho pagato 5mila euro. Anche gli enti locali spero facciano la loro parte sul discorso Imu, Tari: che vadano a conteggiare ciò che effettivamente abbiamo lavorato. Speriamo davvero nelle agevolazioni fiscali».
«arriva da pagare»
Parole a cui fanno eco quelle di Alessandro Giannarelli e Maria Luisa Bertocchi, dell’Hotel Diana, struttura che a Cerreto Laghi esiste dal lontano 1959, all’alba del turismo di massa.
«Abbiamo tenuto chiuso dal 23 dicembre al 1°febbraio. Adesso non hanno fatto riaprire gli impianti, in più rischiamo di tornare in Zona Arancione: siamo in braghe di tela» si lamentano marito e moglie. «Avevamo fatte spese certo, eravamo pronti con tutto quello che serviva e poi alle 8 di domenica sera hanno cambiato versione: la gente ha disdetto tutta – confermano – Avevamo prenotazioni di famiglie che si sarebbero fermate da martedì fino a domenica. Tutte cancellate. Per fortuna che sabato e domenica abbiamo le gare. Così forse riusciamo a metterci una pezza. Ma se poi si torna arancioni, stavolta chiudiamo. Questo è un paese da 100 abitanti. Non viene più nessuno poi a prendere da mangiare».
Le cancellazioni alle prenotazioni qui non hanno comportato il problema dei rimborsi. «Non prendiamo nessuna caparra – spiega il titolare dell’Hotel Diana – Se un cliente non può venire per forza maggiore, come fai a prenderla? Guardi, per il fine settimana prossimo con i ragazzi delle gare sto ricevendo conferme e disdette a ripetizioni per le incertezze dovute alle situazioni a scuole, con quarantene e compagni positivi».
Il pensiero al Diana come nelle altre strutture è rivolto alle spese e alle mancate entrate. Un fatto ineluttabile da affrontare nel brevissimo termine. «Se non ci vogliono dare i ristori, almeno non ci facciano pagare le tasse, l’Iva, l’Inps – attacca Alessandro Giannarelli – Dove li prendiamo i soldi se non incassiamo? Perché anche l’immondizia l’abbiamo pagata e sono 6mila euro. Hanno detto che forse ce la rimborsano, però intanto li devi sborsare». «Non sappiamo davvero come fare – lamenta la moglie – Ci dicessero: tieni chiuso, ti paghiamo tasse e tutto. Così invece non ti danno niente e le tasse continuano ad arrivare». Senza contare le spese fisse. Quelle che servono a una struttura per esistere ed essere operativa. «Poi c’è stato freddo, il riscaldamento lo devi tenere acceso altrimenti si spacca tutto. Siamo come se fossimo pieni, ma siamo vuoti. E come arriva qualcuno devi essere pronto a dargli da mangiare, da dormire noi – concludono – Anche noi come tutti qui siamo a conduzione famigliare. Non abbiamo potuto assumere con queste incertezze. Facciamo tutto noi, le camere, la cucina. È anche quello il problema. Prima, un paio di persone le potevi prendere». —
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