Gazzetta di Reggio

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L’udienza 

A chiedere più chiarimenti il procuratore della Cassazione

E.Spa.

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REGGIO EMILIA. Non solo le sue sofferte dichiarazioni. Nella seduta del plenum del Csm, il procuratore Marco Mescolini non si è sottratto alle domande di quei consiglieri, che nel corso del dibattito hanno chiesto ulteriori chiarimenti rispetto all’istruttorira della Prima Commissione e alla delibera firmata da Nino Di Matteo. A porre domande a Mescolini anche Giovanni Salvi, procuratore generale presso la Cassazione, che dopo la difesa dello stesso Mescolini ha preso la parola. Fra le domande poste a Mescolini, anche una richiesta di spiegazioni sul perché – come affermato dalla pm Valentina Salvi durante la sua audizione in Prima Commissione – davanti alla porta del suo ufficio fosse presente un cartello con scritto “vietato bussare”. «Quando sono arrivato - ha ricordato Mescolini, dicendo che ognuno ha le proprie abitudini –le porte che davano accesso all’ufficio erano tre. A mio parere c’era confusione. Ho dato ordine che da una parte si entra e da un’altra si esce. Ho fatto un’anticamera». Per Mescolini, «penso che nessuno possa dire che in Procura è vietato bussare nel mio ufficio».

Altro oggetto di contestazione e di dibattito sono stati rapporti professionali con le quattro pm (Pantani, Chiesi, Salvi e Stignani) che hanno presentato l’esposto. Per Di Matteo si tratta di un gruppo di magistrati eterogeneo in termini di indagini seguite e di anzianità di servizio, sia generale sia a Reggio, considerando questo elemento un fattore rilevante per definire l’incompatibilità di Mescolini. Diverso invece il parere di Mescolini, per il quale l’anzianità di servizio a Reggio sarebbe stato all’origine di una difficoltà nel portare avanti un piano riorganizzativo della Procura. Per Mescolini, il rischio è che ci sia «sempre la tentazione» che si dica «questo si è già fatto in tal giorno e non funziona».

Fra le domande del procuratore generale presso la Cassazione anche le tempistiche dell’inchiesta sui dirigenti, con la discussa perquisizione dopo le elezioni, di cui Giovanni Salvi ha chiesto le ragioni.

Mescolini ha ricordato la necessità di perquisizioni perché di fronte a un’indagine basata su «interpretazioni e fonti aperte» è stata fatta la nomina di un consulente con esperienze di perquisizioni «che consentono di ritrovare elementi e biglietti di grande utilità».

Il consigliere Antonio D’Amato, invece, ha chiesto a Mescolini il perché abbia mentito alle colleghe e ai colleghi dell’ufficio già dopo la pubblicazione delle prime chat di Palamara, in particolare quelle con il giudice reggiano, Gianluigi Morlini, del perché non abbia convocato una riunione con tutti i magistrati.

Mescolini ha risposto in maniera diffusa spiegando le sue ragioni, ribadendo di essersi sentito messo sotto accusa dalla stampa come persona e, in riferimento alle chat con Palamara, di non aver chiesto niente a nessuno.

Concetto ribadito anche dal suo difensore, Franco Gaetano Scoca, per il quale lo scambio di messaggio riguardava i ritardi e i tempi della nomina e non i contenuti. —

E.Spa.

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