Crisi, 2020 peggior anno dal dopoguerra «Tengono Gualtieri, Boretto e San Polo»
Male moda e piccole imprese. I tre comuni reggiani in controtendenza secondo lo studio di Unioncamere e Intesa
REGGIO EMILIA. A Gualtieri, Boretto e San Polo d’Enza ci sono state più assunzioni che licenziamenti. Una variazione occupazionale positiva di oltre il 5% se si comparano i dati del 30 settembre 2020 con quelli del 30 settembre del 2019. Fatto anomalo rispetto a un quadro provinciale e regionale che segna dati negativi, con oltre un terzo del calo occupazionale che riguarda l’alloggio e la ristorazione. La performance dei tre comuni è quindi in controtendenza, secondo quanto emerge dall’indagine congiunturale realizzata in collaborazione tra Unioncamere Emilia-Romagna, Confindustria Emilia-Romagna e Intesa Sanpaolo. Se Reggio Emilia tiene in quanto a occupati – colorata nella mappa accanto di verde insieme ad altri comuni della bassa così come quelli dell’area di Castelnovo Monti – la montagna più alta è colorata di rosso, segno di una prevalenza di licenziamenti sulle assunzioni. Il caso dei tre comuni in controtendenza fa sollevare però qualche dubbio dagli stessi cittadini e amministratori, visto che la crisi morde anche lì. «Non mi risultano situazioni virtuose, forse si tratta dei passaggi dei lavoratori riassunti dell’ex Tecnogas dopo il concordato», dice infatti il sindaco di Gualtieri Renzo Bergamini.
In via generale, comunque, per gli analisti il 2020 è «il peggior anno dal dopoguerra» con un consuntivo «ancora provvisorio perché la causa che ne è all’origine, la pandemia e le conseguenti misure di protezione adottate nel tentativo di limitarne la portata, sono ancora in essere» ma che ha registrato nel quarto trimestre «conseguenze negative più contenute rispetto ai trimestri precedenti» tanto che l’esercizio 2020 si è chiuso con un calo della produzione al 10,4% rispetto all’anno precedente, quindi una recessione meno grave di quella subìta nel 2009 quando la flessione fu del 14,1%. In base ai numeri raccolti, il volume della produzione delle piccole e medie imprese emiliano-romagnole dell’industria in senso stretto si è ridotto del 5% rispetto all’analogo periodo del 2019 mentre il valore delle vendite è diminuito del 3,6% e il fatturato estero è arretrato dell’1,4%.
Tra i diversi comparti, l’industria alimentare ha fatto segnare un leggero passo indietro, anche se il più contenuto tra tutti i settori: il fatturato si è ridotto dello 0,9%. All’estremo opposto è stato il sistema moda a pagare lo scotto più pesante con il fatturato sceso del 16,5%. Il fatturato complessivo si è ridotto del 4,8% grazie alla migliore tenuta di quello estero (-1,5%) mentre la produzione è arretrata del 5,8% per cento. In un quadro di flessione generalizzata questa è stata più contenuta per le grandi imprese (-3,1%) rispetto a quelle minori (-10%) e alle piccole (-5,4%). «La peculiarità di questa crisi è di essere originata da un fenomeno esterno che ha fortemente rallentato ma non interrotto, il normale andamento del ciclo economico – osserva il presidente di Unioncamere Emilia-Romagna Alberto Zambianchi –. Per contenere il disagio, occorre avviare politiche attive». Sul fronte finanziario, secondo l’analisi della Direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo, in Emilia-Romagna i prestiti alle imprese hanno registrato una forte accelerazione nel secondo semestre 2020, chiudendo l’anno ai massimi, con un +6,7% anno su anno: in valore assoluto nell’arco dell’anno l'aumento dello stock di prestiti è stato pari a 4,7 miliardi. «Da parte nostra – dice Cristina Balbo, direttore regionale Emilia-Romagna e Marche di Intesa Sanpaolo – abbiamo erogato alle imprese della regione 3,2 miliardi di nuovi finanziamenti e attivato 23.000 sospensioni per un controvalore di 4,5 miliardi di euro». —
E.L.T.
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