«Mamma in carriera in un settore di quasi soli uomini»
Elisabetta Montanari, responsabile del servizio raccolta Iren «Conciliare famiglia e lavoro è difficile, ma ci si riesce»
REGGIO EMILIA. Ingegnere, moglie, mamma in carriera. Chi l’ha detto che una donna non possa avere ambizioni professionali e, allo stesso tempo, una famiglia?
«Credo che il segreto sia organizzarsi: è difficile incastrare tutto ma con un po’ di impegno ci si riesce», assicura Elisabetta Montanari, 38enne di Campagnola e responsabile del Servizio raccolta e spazzamento di Iren Reggio Emilia.
Un ruolo importantissimo (nel settore lavorano ben 75 persone, divise nei due rami della raccolta e della pulizia) che sgretola i – non pochi – stereotipi che vorrebbero un uomo alle prese con un incarico così delicato e “pratico”.
Lei è una mosca bianca. È stato difficile farsi accettare dai colleghi uomini?
«Devo dire che ho sempre affrontato un giorno alla volta e non mi sono mai posta il problema. Quando sono entrata in Iren ero un po’ in difficoltà perché mi sono ritrovata in un settore in cui era molto forte, numericamente parlando, la componente maschile. Io non avevo mai guidato un camion, ad esempio, non avevo il tipo di conoscenze e competenze dei miei colleghi, ma questo mi ha spinta a impegnarmi sempre di più. E strada facendo ho capito che a mia volta potevo portare la mia conoscenza, quella che derivava dai miei studi, e anche il mio approccio».
Qual è stato il suo percorso?
«Ho iniziato a lavorare nel gruppo Iren nel 2009: dovevo laurearmi in ingegneria per l’ambiente e il territorio e ho fatto qui il tirocinio per la tesi. Dopo la laurea ho continuato a collaborare con forme contrattuali diverse, fino all’assunzione. Inizialmente mi sono occupata della progettazione delle raccolte (facevo parte della squadra di persone, cioè, che interviene quando un Comune decide di trasformare il suo sistema di raccolta di rifiuti), poi due anni fa è arrivata la proposta di diventare responsabile del Servizio raccolta e spazzamento di Reggio. Da allora coordino colleghi uomini, alcuni più giovani di me, altri più grandi».
E non c’è stata alcuna resistenza da parte loro?
«Non metto in dubbio che qualcuno possa aver storto il naso all’inizio, ma spero di aver conquistato la fiducia e il rispetto di tutti con il tempo. Diciamo che ho parlato con il mio lavoro, mi sono impegnata duramente “in silenzio” cercando però di costruire un clima sereno e avere rapporti cordiali e gentili con tutti. Credo che questo approccio sia stato apprezzato, ho visto che sta diventando naturale per tutti aprirsi, chiedere consigli...».
Lei ha una bambina di sette anni e un bimbo di tre. Come riesce a conciliare la responsabilità lavorativa con il ruolo di mamma, anche alle prese con la didattica a distanza?
«È una bella sfida – sorride –. Era già dura prima della pandemia, ma nell’ultimo anno è diventato tutto ancora più difficile. Cerco di organizzarmi, di pianificare il più possibile. Per fortuna posso contare sull’aiuto dei nonni, che sono davvero fondamentali, ma sopratutto in questo momento di emergenza sanitaria ho dovuto allenare la mia capacità multitasking: l’altro giorno mia figlia stava facendo lezione a distanza, io ero in call con un auricolare e nel mentre giocavo a calcio con il piccolo. Non è semplice ma ho l’esempio delle mie responsabili, che hanno entrambe famiglia, e ce l’hanno fatta. Io a mia volta voglio essere un esempio per mia figlia: voglio che sappia che nella vita si può fare tutto, bisogna impegnarsi, ma ci si riesce». —
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