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REGGIO EMILIA. Ancora scontro a Bose fra Enzo Bianchi e il priore della comunità, il reggiano Luciano Manicardi. Il fondatore della Comunità, Enzo Bianchi, esce dal silenzio e in un lungo comunicato fa sapere che erano state poste per il suo trasferimento condizioni «disumane ed offensive della dignità» sua e dei confratelli che lo avrebbero accompagnato nella nuova destinazione di Cellole in Toscana. Lo scontro è nato nel 2020, innescato dal fatto che Bianchi aveva lasciato la guida del monastero, ma era stato accusato di aver operato una rinuncia solo di facciata continuando a intervenire sulla gestione e scavalcando il successore, ovvero Manicardi.
Al termine dell’udienza invocata e concessa giovedì al delegato pontificio per la Comunità monastica, padre Amedeo Cencini, e allo stesso Manicardi, Papa Francesco prima di andare in Iraq ha confermato la validità del «decreto singolare» del 13 maggio 2020, con cui si ordinava l’allontanamento di Bianchi dalla Comunità da lui fondata, e ne ha chiesto «l’esecuzione». L’ordine era stato disatteso da Bianchi, che ieri è tornato a parlare. Il decreto del delegato gli ingiungeva «di trasferirsi a Cellole senza sapere né identità né numero dei fratelli e delle sorelle che sarebbero andati a vivere con lui. Nel contratto di comodato – rende noto lo stesso Bianchi – si prevede che l’Associazione Monastero di Bose, nel suo rappresentante legale fr. Guido Dotti, può cacciare da Cellole in ogni momento, su semplice richiesta e senza motivarne le ragioni, fr. Enzo Bianchi e quanti vi risiedono con lui». Bianchi scrive di aver cominciato la ricerca di una nuova sistemazione, diventata difficoltosa per la pandemia e per le sue condizioni di salute. «Alla mia vocazione non intendo rinunciare», conclude il fondatore di Bose. —
E.Spa.
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