Coronavirus, l’Italia richiude: tutte le regioni (tranne la Sardegna) sono rosse o arancioni
Via libera al decreto, il governo cancella la zona gialla. L’Iss: l’epidemia accelera, sale l’incidenza tra i bambini
REGGIO EMILIA. Come era nelle previsioni l’Italia va in quarantena. E in larga misura ci sarebbe andata anche senza la nuova stretta varata dal governo per decreto legge, perché la curva epidemica ha rotto gli argini e l’Rt in molte regioni è schizzato sopra la soglia dell’1,25 che manda le regioni in lockdown.
Anche se una mano a dipingere lo Stivale di rosso il “decreto Pasqua” l’ha data, introducendo il parametro dei 250 contagi settimanali ogni 100mila abitanti che manda nella fascia dove tutto o quasi chiude. Valore superato da Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Marche, Piemonte e Trento.
Tutte regioni che passeranno in fascia rossa le prossime due settimane insieme a Veneto, Campania e Molise che in lockdown c’erano già, il Lazio che con un balzo dell’Rt ci finisce dalla fascia gialla e la Puglia, che in realtà aveva i numeri per restare arancio ma ha chiesto di chiudere. In 11 regioni e provincie autonome quindi da qui a pasquetta si potrà uscire di casa solo per comprovate necessità e i negozi, salvo quelli di beni essenziali, rimarranno chiusi.
Tutte le altre regioni, fatta eccezione per la Sardegna che resta bianca, vanno in fascia arancione, perché il decreto legge approvato ieri cancella fino al 6 aprile la fascia gialla. Per Basilicata e Alto Adige è comunque una promozione, visto che fino ad oggi si trovavano in area rossa.
Questo il combinato disposto delle nuove regole fissate dal dl e del Monitoraggio settimanale a cura dell’Iss, che ieri ha messo sul tavolo di Draghi numeri tutti in peggioramento, facendo rompere gli indugi e approvare la stretta, che nei tre giorni del ponte pasquale, dal sabato al lunedì, cancella anche l’arancione dipingendo tutto il Paese di rosso. Con una differenza non da poco però. Perché mentre negli altri giorni in zona rossa non si può andare trovare parenti e amici in quei tre giorni si potrà farlo. Sia pure una volta al giorno e massimo in due. La stessa deroga concessa a Natale.
Nelle regioni arancio le visite a parenti e amici saranno sempre consentite sia pure con gli stessi limiti. Il rosso finirà però per colorare sempre più a macchia di leopardo anche le province delle regioni rimaste arancioni, che i governatori potranno mettere direttamente in lockdown quando si superano i 250 contagi ogni 100mila abitanti.
E stesso discorso vale dove circolano più varianti. I nuovi colori delle regioni potranno però cambiare tra due settimane, quando scadranno gli effetti delle ordinanze che il ministro Speranza firmerà oggi per entrare poi in vigore da lunedì. E il rischio che qualche arancione possa trasformarsi ancora in rosso c’è tutto, a leggere i dati del Monitoraggio.
Vicine alla linea Maginot dei 250 contagi settimanali sono infatti Abruzzo e Toscana, rispettivamente con 232 e 216 casi ogni centomila abitanti, mentre l’Rt della Valle d’Aosta è al valore minimo di 1,1 e salendo ancora di poco potrebbe portare in lockdown la Vallée, che fino a due settimane fa sembrava in procinto di entrare nel paradiso della fascia bianca dove tutto o quasi resta aperto. Ma la situazione è in rapida evoluzione. E fino ad ora non in meglio. L’Rt nazionale in una settimana è salito da 1,06 a 1,16 e quando sale sopra uno, ricordano gli estensori del report, è segno che «l’epidemia è in espansione, con il numero dei casi in aumento».
Fatto che potrebbe far collassare gli ospedali già in affanno. Con 2.756 ricoverati contro i 2.327 della scorsa settimana il tasso di occupazione dei letti in terapia intensiva è già salito di un punto sopra la soglia critica, attestandosi al 31%, con regioni che sono al 40, 50%.
E parliamo di una fotografia già sbiadita, perché il bollettino di ieri parla di 2.914 ricoverati. In mezzo a tante cattive notizie una buona la fornisce il direttore della prevenzione del ministero della salute, Gianni Rezza: «Si registra una diminuzione dei contagi tra gli anziani». Ma arriva anche la cattiva, dal presidente dell’Iss Silvio Brusaferro: «Crescono i casi tra i ragazzini da 10 anni in su: sempre più giovani contraggono l’infezione».
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