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Scaduti i termini per il ricorso contro la sentenza anti-Dpcm

Ambra Prati
Scaduti i termini per il ricorso contro la sentenza anti-Dpcm

Il giudice De Luca: «Non ho eseguito ricerche su provvedimenti simili» Un precedente simile a Roma. E ora c’è chi teme impugnazioni a raffica

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Ambra Prati

REGGIO EMILIA. «Non ho eseguito una ricerca su sentenze simili. Non mi interessava». È l’osservazione – nonché implicita rivendicazione di autonomia – del giudice Dario De Luca, che con la sua sentenza sulla illegittimità e incostituzionalità dei Dpcm anti Covid ha sollevato un polverone accendendo i riflettori sul tribunale di Reggio. Tra l’altro avverso la sentenza il pm titolare, Jacopo Berardi, non potrà presentare ricorso perché sono scaduti i termini.

Il clamore è dovuto al fatto che, se passasse il principio sostenuto dal giudice reggiano, la sentenza costituirebbe un principio di portata storica, in grado potenzialmente di dare il via a uno tsunami di ricorsi da parte delle migliaia di italiani colpiti da multe o provvedimenti.

Una pietra miliare importante e rischiosa al tempo stesso, visto l’effetto valanga dietro l’angolo. Non stupisce che ieri, a Palazzo di Giustizia, non si parlasse d’altro, con magistrati e giudici contattati da altre Procure entrate in fibrillazione per la posizione controcorrente dello stimato De Luca. L’interessato ha fatto intendere di non essersi nemmeno posto il problema dei precedenti, che così grosso peso hanno in giurisprudenza: come a dire di aver agito secondo coscienza. In realtà non si tratta di un unicum nel panorama della penisola: il 16 dicembre 2020 il Tribunale di Roma, Sesta Sezione Civile, ha emesso un’ordinanza che definiva i Dpcm firmati dal presidente del Consiglio, all’epoca sempre Giuseppe Conte, illegittimi e «di dubbia costituzionalità».

Il fatto riguardava un inquilino moroso che aveva chiesto una riduzione dell’affitto del negozio. Il giudice ha respinto la richiesta dell’inquilino: essendo stato l’immobile «occupato anche durante la pandemia, il pagamento del canone non può venir meno», ha recitato l’ordinanza, che ha definito i Dpcm illegittimi perché durante il lockdown «hanno limitato i diritti fondamentali previsti dalla Costituzione» non portando «un opportuno bilanciamento tra il diritto fondamentale alla salute e tutti gli altri diritti inviolabili».

Apriti cielo: non sono mancate le critiche feroci e gli inviti a rivolgersi alla Corte Costituzionale. Non molto diverso il caso nostrano. Il 13 marzo 2020 (in pieno primo lockdown) un’auto è stata fermata dai carabinieri di Correggio: l’uomo e la donna a bordo hanno firmato un’autocertificazione sostenendo di dover andare in ospedale per una visita medica; peccato che da una verifica la giustificazione è risultata fasulla. Risultato: la coppia è finita a processo per il reato di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico. Il pm ha chiesto la condanna, ma il giudice De Luca ha disposto il non luogo a procedere perché il fatto non costituisce reato; a suo avviso i Dpcm sono inapplicabili «poiché ciascun imputato è stato costretto a sottoscrivere un’autocertificazione incompatibile con lo stato di diritto». —

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