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Telefonata shock «Sfregiate la donna con dell’acido»

Recupero crediti, marito e moglie emiliani ingaggiano il clan In un caso contemplano l’omicidio, sventato dai poliziotti


13 marzo 2021 E.L.T.


REGGIO EMILIA. «Ragazzi, c’è da fare un lavorettino se vi interessa». Inizia così una delle più agghiaccianti telefonate udite dagli investigatori reggiani in questi anni di lotta per sradicare la ’ndrangheta e la sua ferocia a Reggio Emilia e dintorni. L’intercettazione, avvenuta l’anno scorso tramite un trojan installato nel telefono di un indagato, fa captare il piano dei malavitosi di sfregiare una donna con l’acido per conto di una coppia modenese. Un’aggressione ipotizzata nel profondo nord, in Emilia Romagna da un ’ndranghetista cutrese di Parma, Domenico Cordua, detto Jumbu, mentre parlano al telefono Giuseppe Friyo e un altro uomo dall’accento albanese. Il progetto, poi sventato dalla Squadra Mobile di Reggio Emilia, è quindi di sfregiare la donna gettandole dell’acido sul volto. Un episodio venuto a galla nell’inchiesta che ha inferto un altro duro colpo alla ’ndrangheta ramificata in Emilia con l’operazione “Perseverance”, condotta dalla polizia di Reggio Emilia e dai carabinieri di Modena con il coordinamento della Dda di Bologna, terminata con l’arresto di nove persone. L’intercettazione shock parte con Cordua che dice: «Ragazzi c’è da fare una lavorettino, se vi interessa eh (...) c’è da picchiare una donna...».

Risposta: «E che dobbiamo fare? Dobbiamo darle dei pugni?». Cordua: «La mandate in ospedale... o le buttate un po’ di acido sulla faccia». E ancora: «Dev’essere sfregiata?».

«Bravo, solo la faccia però. Le butti l’acido addosso e te ne vai». Il blitz punitivo è stato poi sventato dagli investigatori reggiani, che hanno scoperto un risvolto ancora più inquietante. Dietro la violenza sono emerse «due figure inquietanti», come riportano la procura antimafia di Bologna.

Si tratta dei coniugi modenesi (di Soliera) Alberto Alboresi (47 anni) e Genoveffa Colluciello (55 anni), quest’ultima vice direttrice di banca, entrambi arrestati ieri con l’accusa in concorso di tentato delitto, estorsione e rapina. I due, si scopre, nel tempo si sono rivolti più volte alla famiglia Muto. In pratica sono entrati in contatto con il sodalizio ’ndranghetista emiliano, finendo per rivolgersi in piena coscienza alla ’ndrangheta per regolare i loro conti.

La vicenda dell’acido riguarda una badante che impediva loro di accaparrarsi l’eredità di tre anziani dei quali la donna si occupava e «di cui i coniugi Albaresi avevano parimenti progettato l’omicidio», rivelano gli investigatori.

Da qui l’interessamento di Muto, che poi passa la palla a Cordua e Friyio. Un piano criminale abortito dai due coniugi – e quindi non punibile – grazie all’immediato intervento della Squadra Mobile di Reggio Emilia tramite perquisizioni e interrogatori che hanno fatto desistere i mandanti.

C’è poi la vicenda del recupero di una somma di denaro di circa due milioni di euro in possesso di Luciano Scalmato, che si era tenuto i soldi derivati da una maxi frode fiscale posta in essere da quest’ultimo con i coniugi Albaresi.

Cifra mai restituita. Muto si è rivolto quindi a Cordua e Friyio: i due si sono appostati fuori dalla casa del debitore, in Toscana, e gli hanno consegnato documenti sul presunto credito, accompagnati da foto di suoi stretti parenti, con intento intimidatorio. È seguito quindi un intervento, in difesa della vittima, da parte di una persona che si è presentata come referente di un altro gruppo calabrese. A quel punto sarebbe entrato in scena, «con azione che si è svolta con dinamiche tipicamente mafiose», per gli inquirenti, anche Giuseppe Sarcone Grande. —

E.L.T.

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