«Oltre seimila donne hanno chiesto aiuto al centro Nondasola»
L’allarme dell’associazione, al 24esimo anno di attività «Una violazione dei diritti troppo presente anche a Reggio»
REGGIO EMILIA. «Una violazione dei diritti delle donne ancora troppo presente nel nostro territorio, se dal maggio 1997, data di apertura della Casa, abbiamo accolto oltre seimila donne». È quanto affermano dall’associazione Nondasola, stilando un bilancio dei primi 24 anni di attività delle Case delle Donne, a pochi giorni dall’8 marzo, invitando le donne a denunciare episodi di violenza di cui sono vittime.
«Se l’anno col Covid è stato un anno di cifre e numeri dolorosi, non è possibile dimenticare i numeri che riguardano le donne – affermano dall’associazione –. Nella gestione famigliare, le ore di lavoro non retribuito delle donne sono aumentate in modo esponenziale, il peso del welfare, adesso ancora più di prima, è sulle loro spalle, grazie a una radicata divisione dei ruoli di impronta maschilista e a una politica che, anche in una situazione di crisi e emergenza, ha escluso le donne dai luoghi di governo delle nostre vite».
Per Nondasola, «stiamo vivendo tutti e tutte una situazione difficile, precaria e piena di paure, ma le donne sommano un’altra paura che è quella di subire violenza, una qualsiasi forma di violenza, in qualsiasi luogo: per strada, sul lavoro, nella propria casa».
Un grido d’allarme, anche alla luce dei recenti casi di femmicidi, avvenuti anche l’Emilia-Romagna. «Una violenza, agita di solito da mariti, partner o ex, che logora giorno dopo giorno per ansie, paura, minacce e botte e che troppo spesso culmina nel femmicidio – spiegano dall’associazione – Questa è la pandemia che da sempre attenta alla vita delle donne, virus o non virus. In soli due mesi e mezzo sono già 15 i femmicidi registrati in Italia, un numero al quale si dovrebbero aggiungere i molti casi preoccupanti di tentati femmicidi. Notizie derubricate a cronaca, a voci fuori campo, una realtà rimossa e guardata come insieme di dati, tra i tanti dati di questo dissesto».
Da Nondasola citano anche l’ultima indagine Istat, «che riporta una diminuzione di omicidi, mentre solo i femmicidi mantengono la stessa percentuale negli anni». E ancora: «Un femmicidio ci racconta anni di sofferenze, spesso di inutili denunce, di donne non ascoltate dalle istituzioni e lasciate sole. Ci racconta di anni di resistenza per salvare quel progetto d’amore in cui hanno creduto, di famiglie distrutte, figli e figlie che vivono nel terrore del padre, poi nel dolore di una privazione violenta che segnerà per sempre il loro futuro, costretti a convivere con l’assenza della madre e la presenza di un padre assassino».
Ma, soprattutto, per Nondasola «un femmicidio ci racconta quanto la cultura di sopraffazione nei confronti delle donne arrivi a legittimarne la violenza con una narrazione dove si confonde amore con possesso, intrisa di sottili insinuazioni volte a far ricadere la colpa sulla donna stessa. Un racconto che porta i segni di una cultura ancora patriarcale, nonostante le norme che definiscono la violenza contro le donne una violazione dei diritti umani e leggi e convenzioni che tentano di prevenire, proteggere e punire».
Secondo l’associazione, tuttavia, «qualcosa sta cambiando, pur nell’orizzonte ancora limitato degli uomini che prendono parola contro la violenza maschile a partire da sé, e che stanno cercando un nuovo posto nel mondo, al di fuori di modelli di virilità prevaricatrice e arrogante».
L’associazione Nondasola da più di vent’anni apre la porta della Casa delle Donne, e anche in questo anno di pandemia la porta è sempre stata aperta: «Noi siamo con le donne violate nel momento di una scelta disperata, come donne che sentono su di sé il peso della disparità tra i sessi. Ci mettiamo in ascolto, senza giudicare, senza cercare soluzioni al loro posto per intraprendere insieme un percorso di vita lontano dalla violenza». —
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