«Mamma in smart working: salti mortali»
Emanuela Di Maio è una delle tante a destreggiarsi tra lavoro “agile” e cura dei figli: «Spero che le scuole aprano presto»
Ambra Prati
REGGIO EMILIA. «In italiano si chiama lavoro agile. Così però l’agilità consiste nel saltarci fuori».
Emanuela Di Maio, 42 anni, è una delle tante mamme che si stanno destreggiando tra smart working, fornelli, cura dei figli e degli anziani. Data protection officer (responsabile della digitalizzazione) di un ente pubblico di Reggio Emilia, Emanuela anche l’anno scorso in lockdown ha affrontato «un superlavoro per predisporre lo smart working di tutti i dipendenti».
In questa riproposizione di un marzo senza scuola la funzionaria è in smart working a giorni alterni. «Per due giorni a settimana vado in ufficio, altre volte esco di casa alle 11 e subentra mio marito, che è veterinario e in quanto libero professionista più libero. Non ho usato il congedo parentale perché avere metà dello stipendio non è la stessa cosa». Ecco che le giornate diventano una corsa ad ostacoli tra «due o tre computer collegati contemporaneamente e affiancamento alle lezioni a mio figlio Samuele, che ha 8 anni e frequenta la seconda elementare. È troppo piccolo, ha bisogno di un presidio. Il vero problema è che quello che non faccio al mattino devo recuperarlo nel resto della giornata; contando che al pomeriggio ci sono i compiti da seguire è un delirio».
Non a caso i sondaggi nazionali dicono che lo smart working piace agli uomini mentre è una croce per le donne. «Per forza. Tra l’altro c’è il tema del diritto alla disconnessione che non viene affatto rispettato perché sei sempre collegato; se ho dieci minuti rispondo a una mail o controllo dei documenti, di fatto non stacchi mai. Senza contare che io ho sei persone da coordinare». L’anno scorso «in prima elementare non era nemmeno prevista la didattica a distanza: io e altre mamme ci siamo organizzate in autonomia predisponendo una piattaforma a nostre spese per far dialogare i bambini. Stavolta la scuola si è organizzata con la Dad: tre ore ogni mattina, dal lunedì al sabato, anche se prima Samuele finiva al venerdì. Parliamoci chiaro: la Dad è un monte ore che è un terzo di quello che farebbero a scuola, se poi andiamo ad analizzare quante di quelle ore siano davvero produttive (tra problemi di connessione e altro) credo che arriveremmo a un conto sulle due mani. La didattica a distanza non è certo equivalente a quella in presenza, per non parlare della socialità che è completamente persa».
Interpellata su cosa ne pensa delle proteste sulla chiusura delle scuole, Emanuela riflette: «Forse si sarebbe dovuto ragionare di più perché le scuole sono state molto ligie alle regole e soprattutto i bambini ne soffrono. Mio figlio ha frequentato metà prima e metà seconda proprio nel periodo in cui si acquisiscono le basi: potrebbe avere ripercussioni a livello di istruzione. Adesso è sereno perché è a casa da poco tempo, ma l’anno scorso ha accusato: aveva difficoltà a dormire, era molto ingrassato, sintomi inequivocabili di malessere. La mia speranza è che i bambini possano tornare sui banchi al più presto: me lo auguro più per mio figlio che per me».
Alla domanda se, passata la pandemia, prenderebbe ancora in considerazione lo smart working, Emanuela replica: «Sì, perché no? Per arrivare in centro storico impiego 40 minuti, il lavoro agile ha aspetti positivi. In condizioni normali. Ma questa non è una quotidianità normale». —
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