Cade l’accusa di depistaggio la poliziotta da oggi al lavoro
La difesa: «Non sue le firme sugli atti, nessun contatto con gli altri due indagati» Sospensione dal servizio revocata dal gip. La 32enne accusata solo di un falso
Tiziano Soresina
REGGIO EMILIA. Svolta non indifferente nella delicata inchiesta che coinvolge tre poliziotti della Squadra Volanti, accusati a vario titolo di falso e depistaggio.
La poliziotta 32enne da oggi non è più sospesa dal servizio e rientra al lavoro in questura. A monte il lavoro difensivo del legale Ernesto D’Andrea che la tutela ed è intervenuto nei venti giorni di tempo previsti per legge una volta che viene notificato l’avviso di conclusione delle indagini.
Due i versanti su cui è stata “costruita” la memoria difensiva finalizzata al proscioglimento e poi depositata ai due pm Iacopo Berardi e Marco Marano (titolari dell’inchiesta).
In primis le annotazioni di servizio in cui, secondo la Procura, sarebbero emersi i falsi in atto pubblico.
Atti per gli inquirenti firmati dagli indagati, ma la poliziotta disconosce la sua firma e la conferma arriva dalla perizia calligrafica (l’esperto viene messo in campo come consulente di parte) che conferma le parole dell’indagata.
In seconda battuta la difesa passa al setaccio le intercettazioni telefoniche agli atti (una discreta mole fra messaggi watsApp, tabulati, celle agganciate) ed emerge che la poliziotta non ha avuto nel periodo al centro dell’indagine nessun contatto con gli altri due indagati, cioè il sovrintendente capo e l’assistente capo.
Firme non sue e la mancanza di un vero coinvolgimento sul piano psicologico: due “architravi” illustrate nella memoria difensiva depositata ai pm Berardi e Marano. Tesi difensiva accolta dai due sostituti procuratori a cui di recente ha fatto seguito un provvedimento del gip Dario De Luca che ha disposto l’immediata revoca dal servizio della 32enne.
Un rientro al lavoro in questura che collima con un notevole ridimensionamento dell’imputazione per la poliziotta: rimane indagata ma solamente per un caso di falso.
«La mia assistita ha sofferto tantissimo per questa situazione – spiega l’avvocato D’Andrea, contattato dalla Gazzetta – perché sapeva di avere operato nella massima correttezza, non ha mai depistato l’autorità giudiziaria. Sin da ragazzina ha sempre sperato di vestire la divisa ed operare come poliziotta. Per lei, quindi, trovarsi accusata è stato un duro colpo. E cercheremo – conclude il difensore – di dimostrare la sua correttezza anche per l’ultimo scampolo d’imputazione rimasto in piedi». —
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