«Pagliani non ha concluso un patto politico con il clan»
A dirlo i giudici dopo l’assoluzione decisa perché manca una prova sufficiente Il politico: «Dopo la persecuzione arriva sempre il momento in cui il bene vince»
REGGIO EMILIA. Il patto politico-mafioso non c’è stato. Non si è realizzato nonostante gli abboccamenti, le riunioni e l’affollata “cena dei sospetti” del 21 marzo 2012, perché poi Giuseppe Pagliani non si è fatto più sentire, mentre a piovere sulle teste dei sodali della cosca erano i ritiri del porto d’armi voluto dall’ex prefetto Antonella De Miro, primo vagito – insieme alle interdittive antimafia – di una rivoluzione giudiziaria chiamata Aemilia.
L’ex consigliere di Forza Italia a Reggio Emilia conosceva però la caratura criminale dei fratelli Sarcone, Nicolino e Gianluigi, e prese parte alla cena di quel 21 marzo con il “gotha della cosca”, come scrivono ora i giudici della Corte d’Appello di Bologna, che hanno assolto il politico reggiano dalla pesante accusa di concorso esterno in associazione mafiosa «per non aver commesso il fatto». Motivazioni giunte in queste ore e commentate a piena pagina da Pagliani stesso anche sui social, dopo sei anni di calvario giudiziario iniziato con gli arresti del 2015.
Un iter in realtà partito dall’ormai celebre cena del 2012, in cui venne sicuramente stipulato un accordo ma, in quella fase, con un contenuto generico: il politico avrebbe sostenuto pubblicamente la tesi degli imprenditori cutresi ingiustamente perseguitati dalle interdittive prefettizie e in cambio questi lo avrebbero «mandato in cielo con i voti».
Non è emersa però «prova sufficiente», secondo la Corte d’Appello di Bologna che ha assolto Pagliani nel processo bis, visto che tale patto non è stato effettivamente onorato. A questa pronuncia si è arrivati nelle battute finali del processo Aemilia, inchiesta che ha disarcionato la ’ndrangheta fino allora egemone e che ha prosperato quasi indisturbata fino allora a Reggio Emilia e nel resto dell’Emilia-Romagna.
L’avvocato e politico reggiano venne assolto in primo grado dal Gup, in abbreviato. Fu poi condannato a quattro anni in appello. Ma la Cassazione annullò con rinvio, dicendo che dovevano essere risentiti alcuni testimoni e così si è arrivati, il 23 dicembre, alla nuova pronuncia di assoluzione.
«Quanto motivato dai giudici – dice Pagliani, difeso dagli avvocati Alessandro Sivelli e Giovanni Tarquini – rispecchia quello che ho sempre sostenuto, ovvero di non essere mai stato in alcun modo la sponda politica e mediatica di un’associazione criminosa di stampo mafioso. La Corte di Appello infatti attesta che non vi è alcuna prova di un mio apporto fattivo all’attività dell’associazione criminale in questione e che io, oltre a non aver mai accettato di sottoscrivere né conseguentemente onorato alcun accordo con qualsivoglia consorteria mafiosa, non ne ho mai ricevuto in cambio favori di sorta». «So – continua Pagliani – che nessuno potrà restituirmi il tempo perso e la sofferenza subita a causa di un giogo che mi ha inutilmente e indebitamente tolto serenità ed energie per sei lunghissimi anni. Rimane il piacere per avere per l’ennesima volta la conferma del fatto che sebbene le persone per bene possano essere perseguitate per anni ed accusate ingiustamente, arriva sempre il momento in cui il bene vince».
Pagliani finì nei guai anche per un incontro con i fratelli Sarcone, capibanda del clan a Reggio: «Era la presenza dei Sarcone a trasformare una possibile linea politica da sostenere sul territorio in qualcosa di diverso, un incontro con soggetti malavitosi prodromico alla realizzazione di una strategia funzionale agli interessi di entrambe le parti, nella consapevolezza che una delle parti era la ’ndrangheta» scrivono i giudici nelle motivazioni.
«Pagliani era un politico di medio-lungo corso e un esponente promettente del Pdl locale, oltre che un affermato legale. Sicuramente l’ingenuità non rientrava tra i suoi tratti distintivi. Deve allora ritenersi che la sicumera con la quale il predetto, nonostante plurimi avvisi, ribadisse di voler proseguire la propria strada, trovasse quale unica spiegazione la conoscenza della caratura criminale dei propri interlocutori, e l’accettazione di un temporaneo percorso comune che avrebbe portato vantaggi a entrambe le parti». Poi, però, alla cena il patto eventualmente stipulato «in quella fase aveva un contenuto del tutto generico». Pagliani, dicono i giudici, non ha portato a compimento nulla, anzi, tanto che mancano le prove sufficienti per condannarlo. Le sue rimasero parole a mezz’aria, nulla più, come i voti promessi per portarlo in cielo. —
Enrico Lorenzo Tidona
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