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CASTELNOVO MONTI 

Gli anestesisti: «Conta la sicurezza» Le Cicogne: «Qui non siamo di serie B»

Botta e risposta sulla riapertura dei punti nascita montani Il comitato: «Al Sant’Anna i medici sono indispensabili»

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CASTELNOVO MONTI. Continua il dibattito dopo la presa di posizione dei medici anestesisti rianimatori dell’Aaroi-Emac Emilia Romagna, secondo i quali la chiusura dei punti nascita in Appennino non è stata, come detto dal presidente della Regione Stefano Bonaccini, «un errore», bensì un fattore di sicurezza. Intervento criticato dal Comitato Salviamo le Cicogne, per voce della portavoce Nadia Vassallo. Il botta e risposta prosegue.

Per il sindacato di categoria degli Anestesisti rianimatori italiani, «vanno rimandate al mittente (le Cicogne, ndr) le spiacevoli quanto inopportune dichiarazioni sulla strenua “difesa dello status quo dei medici sindacalizzati”. Quale poi sia tale status non si sa. L’unico nostro intento è stato di ricordare ai cittadini che esistono parametri ministeriali condivisi con le società scientifiche e le società rappresentative del settore sanitario materno-infantile per declinare e uniformare le linee di indirizzo per la promozione e il miglioramento della qualità, della sicurezza e dell’appropriatezza degli interventi assistenziali nel percorso nascita e per la riduzione del taglio cesareo. Sì, proprio così, la parola sicurezza noi vogliamo, possiamo (e dobbiamo) utilizzarla per la tutela delle stesse future mamme e futuri figli, cui vorremmo garantire il meglio dell’assistenza che il delicato settore materno infantile può offrire. Lo stesso discorso vale per la parola scienza che, piaccia o no, anch’essa ci compete citare in quanto, per professione, ne facciamo parte. Non intendiamo entrare nel merito dei contenuti tecnici di riferimento, tuttavia ribadiamo che chi ha la responsabilità politica di disporre e organizzare i servizi sanitari (la Regione – come precisato dal sindaco Bini) ha pieno titolo di farlo, seguendo, tuttavia, le indicazioni ministeriali o gli Accordi Stato-Regioni, e solo con il rispetto e l’applicazione di questi troverà anche l’appoggio del mondo sanitario, come nel 2017».

Gli anestesisti invitano poi a rileggere le loro posizioni di allora, «anche sulla necessaria assoluta allerta e vigilanza nei confronti dei punti nascita cosiddetti “in deroga”, sia in pianura che in montagna. Siamo sempre in attesa di vedere i risultati dei dati che attestino o meno il rispetto dei requisiti richiesti per queste strutture. I cittadini devono fidarsi delle ragioni che stanno alla base delle preoccupazioni che un’associazione medica di categoria esprime e rivolge alla politica, e chiediamo loro alleanza e non certo il contrasto». E citano «la pesante carenza di specialisti: mancano pediatri, ginecologi, anestesisti, e di questi colleghi a spasso nemmeno volendoli e potendoli arruolare non ce ne sono».

La replica delle Cicogne: «Ci spiace dover riconfermare che anche nella seconda risposta continuano a non prendere in considerazione una verità lampante: in pianura ci sono 4 punti nascita in provincia e altri 3 al limitare, appartenenti a province attigue, con la possibilità di ricevere assistenza in circa 15 minuti d’auto. Fra questi punti nascita ci sono anche quelli che non rispondono alla normativa dei 500 parti, e nonostante la carenza acuta di personale medico, non abbiamo sentito nessuna lamentela al riguardo. Nelle montagna dell’Emilia sono invece stati chiusi tutti i punti nascita che erano presenti e avevano lo stesso o miglior livello di sicurezza di quelli della pianura. Per questo ora le donne della montagna si trovano anche a 2 ore di distanza dal primo punto d’assistenza alla gravidanza e al parto, da affrontare su strade disagiate. Quando l’Aaroi- Emac capirà che partorire su un’autolettiga, un elicottero, in un pronto soccorso non è sicurezza, smetteremo di pensare che ciò che avviene fuori dalle porte del loro reparto non li responsabilizza. Perché deve a tutti essere chiaro che il limite dei 500 parti riguarda i punti nascita che non si trovano in zone orogeografiche disagiate, mentre quelli che assolvono la funzione di assistenza in quelle zone godono di una deroga che li esenta anche dal raggiungimento degli obiettivi di contenimento dei tagli cesarei. Quindi, gli ospedali di montagna che rispettano, come rispettavano prima della chiusura, gli standard previsti di sicurezza dei punti mascita di I livello sono sicuri, e dire il contrario è una grave azione di denigrazione del Servizio sanitario nazionale».

E ancora: «Le carenze di organico medico (ben 27 anestesisti in provincia di Reggio), in attesa di una soluzione stabile, possono essere ottimizzati meglio razionalizzando le prestazioni sui 4 nosocomi di pianura, mentre sono indispensabili nell’ospedale di montagna. Dover spiegare questo ci umilia nel profondo perché ci fa capire di essere ritenute cittadine di serie B rispetto a quelle della pianura». —

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