«Il popolo delle Reggiane è spaventato Chiedono a noi cosa ne sarà di loro»
Il diacono Braghiroli frequenta l’ex fabbrica dal 2015: «Quando commentiamo le letture sono loro a darci lezioni»
L’INTERVISTA
Martina Riccò
Le quasi cento persone che vivono alle ex Reggiane – molte delle quali in modo stabile – non dovrebbero vivere lì. Con due rubinetti che portano solo acqua fredda, nessun servizio igienico né doccia. In alloggi improvvisati, costruiti un giorno chissà quanto tempo fa, e mai più abbandonati. Affrontando notti immensamente lunghe – d’inverno fredde, d’estate torride – quando in assenza della luce e degli occhi aperti degli altri può accadere qualunque cosa.
Eppure ci vivono. «E allora noi abbiamo deciso di non ignorarli», spiega Francesco Braghiroli, che è ingegnere ma anche diacono e direttore dell’Ufficio pastorale migrantes della diocesi reggiana.
«L’avventura è iniziata nel 2015 – spiega – insieme a un gruppo di circa quindici volontari. Abbiamo cominciato con una visita al mese, che poi è diventata una a settimana. Ora ci troviamo il sabato per un momento di preghiera».
E le persone che non sono credenti o hanno una fede diversa?
«Chi non partecipa alla preghiera partecipa ad altri momenti di confronto. Quando andiamo lì ci andiamo per tutti: diamo indicazioni utili, portiamo conforto, una bevanda calda d’inverno. Li accompagniamo a fare una doccia, spesso nella parrocchia di San Paolo, a Santa Croce, o li indirizziamo dove il servizio è gratuito o poco costoso».
Com’è stato accolto l’appuntamento spirituale del sabato?
«In realtà è nato da loro. Un giorno si parlava di tutt’altro e Stanley, che ora non abita più lì, ha preso in mano una Bibbia, ha letto un salmo e poi si è messo a commentare la loro vita alla luce della parola di Dio. Abbiamo deciso di rifarlo».
Cosa avviene durante questi incontri?
«Io leggo le letture e le traduco in inglese, poi mi dedico all’ascolto. Sono loro a parlare. Lo fanno uno alla volta, indicando il passo su cui vogliono riflettere, in modo che gli altri possano seguirli. La regola è che non si commentano i commenti, ma il testo».
Chi vive alle Reggiane?
«C’è un nucleo formato da persone che hanno più di quarant’anni e vengono dal Ghana o dal Nordafrica. Sono in regola con i documenti ma hanno perso il lavoro e invece di tornare in patria senza un soldo hanno deciso di stare lì e arrangiarsi con qualche lavoretto. Poi ci sono i giovani, ventenni, che sono usciti dai percorsi dei richiedenti asilo: volontariamente o sono stati espulsi per non aver rispettato le regole (non sono rientrati a un certo orario, hanno portato in camera un’amica). Vengono quasi tutti dal Gambia, sono molto fragili, sentono la mancanza di una comunità adulta di riferimento. Poi c’è il gruppo dei nigeriani, all’incirca trentenni. Il primo nucleo è quello più stabile, gli altri sono piuttosto fluidi: c’è chi trova un’altra sistemazione, chi se ne va, qualcuno finisce in carcere, qualcuno viene espulso. Da settembre c’è anche una ragazzina incinta. La stiamo aiutando ad affrontare la gravidanza, insieme a servizi sociali, Ausl e Caritas, e le stiamo cercando una sistemazione adeguata».
Obiettivo condiviso dal progetto “Reggiane off” che prevede percorsi individuali per lasciare le ex Reggiane.
«Percorsi che però, mi sento di sottolinearlo, non saranno semplici né veloci. Per queste persone sarà difficile lasciare le Reggiane e ritrovarsi d’un tratto nella società. È un po’ come per chi esce dal carcere, ci vuole un percorso di reinserimento. È necessario strutturarlo, dando la priorità a donne e ragazze. Io e gli altri volontari non siamo mai stati aggrediti, ma conosciamo la tensione di quel posto. Sappiamo che è frequentato anche da persone che non ci vivono, e che non vanno certo lì per pregare».
Avete parlato dell’aggressione a Vittorio Brumotti, che alle Reggiane ha girato un servizio per Le Iene?
«Non ho ancora avuto modo di farlo perché il fatto è avvenuto domenica scorsa e io tornerò là oggi. La violenza va sempre condannata. Però il nostro percorso è stato diverso: ci siamo avvicinati con pazienza, ci siamo fatti conoscere, abbiamo guadagnato la loro fiducia. Alle Reggiane ci sono persone che hanno sofferto terribilmente e che ora si ritrovano a vivere in condizioni di assoluto disagio. Lo sconosciuto genera diffidenza, il clima non è certo sereno».
Hanno consapevolezza del progetto di riqualificazione in corso?
«Lo hanno imparato dalla conferenza di metà dicembre, e da allora non fanno che chiedere cosa succederà alle Reggiane, cosa ne sarà di loro. Sono preoccupati. Credo che si dovrebbe spiegare loro il progetto, nel modo giusto. Sanno di essere al margine e sono contenti quando vengono coinvolti: per esempio quando il vescovo è venuto a dire messa erano entusiasti. Non erano più città nella città, chiesa nella chiesa, ma erano come tutti gli altri».
Qual è la difficoltà più grande, per lei, quando va alle Reggiane?
«Ascoltare il dolore di certi racconti. Persone che sono sopravvissute alla traversata nel Mediterraneo, donne e ragazze violentate e poi buttate sulla strada, un uomo di settant’anni, a Reggio da trenta, che vive ancora in furgone e non vede via d’uscita».
Il momento più bello?
«Ascoltare i loro commenti alle letture. Una volta uno di loro ha raccontato la sua traversata, ha detto che il fratello (inteso come essere umano) di fianco a lui è caduto in acqua ed è morto, mentre lui ce l’ha fatta. “Non ero migliore del mio fratello, né più forte, né più bravo”, ha detto, “Devo solo ringraziare Dio per avermi salvato”. Il vescovo, quando ha assistito a uno dei nostri incontri, ha commentato: “Voi ci annunciate il Vangelo”». —
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