In trecento in piazza «contro il fallimento della didattica a distanza»
Insegnanti, studenti e genitori si sono armati di cartelli per chiedere la riapertura immediata di tutte le scuole «Vogliamo tornare in classe»
REGGIO EMILIA. «Vogliamo tornare a scuola», «Viva la scuola». «Dad: disagio a distanza».
Circa trecento persone, ieri mattina, si sono ritrovate in piazza Prampolini per aderire allo sciopero nazionale indetto dal sindacato Cobas e appoggiato dal Coordinamento nazionale dei precari e dal gruppo “Priorità alla scuola”, formato da docenti e studenti che hanno sentito il bisogno, dopo il primo lockdown, di unire le forze e lottare per una scuola diversa.
Ed è proprio per questo che ieri insegnanti, studenti e genitori si sono riversati in piazza: «La didattica a distanza è stata un palese fallimento – ha affermato Davide Giardina, docente di lettere e portavoce di “Priorità alla scuola” – eppure ci è stata imposta senza che nessuno si sia preso la responsabilità delle scelte che hanno portato a questo fallimento nel contesto di una pandemia che qui nessuno nega». La mente è tornata alla vigilia delle vacanze di Natale «quando – ha ricordato Giardina – ci siamo salutati dicendo “Ci vedremo il 7 gennaio”, e poi questo non è mai avvenuto. Ora ci avviciniamo alle vacanze pasquali e il copione rischia di ripetersi. Ci vedremo il 7 aprile?».
Alla domanda ha risposto, in parte, ieri pomeriggio il presidente del consiglio dei ministri Mario Draghi, assicurando che dopo Pasqua, quindi da mercoledì 7 aprile i nidi, le scuole dell’infanzia, le elementari e le classi di prima media torneranno in presenza anche nelle regioni in “zona rossa”.
«Ottima notizia – commenta Giuseppe Caliceti, maestro e scrittore – ma non si capisce bene come e perché le scelte cambino. Secondo quali criteri, soprattutto. Forse ora che siamo in zona rossa c’è più sicurezza di prima? Speriamo. Ora si parla della possibilità di avere un termometro davanti alle scuole per misurare l’eventuale febbre, e non affidare l’operazione ai genitori degli studenti. Ora si parla di fare tamponi, forse vaccini, non solo ai docenti, ma anche ai bambini e studenti: a campione». Proposte che in tanti avevano invocato fin dalla scorsa estate «e adesso si ritirano fuori. C’entra forse il cambio di governo? O c’entra qualcosa anche la protesta dei genitori? Anche nella nostra città e nella nostra provincia? Dalla bassa agli Appennini? Può darsi. Non si sa. Va bene così. Andrà tutto bene. Anche se fino ad ora non è andato tutto bene». —
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