«Hanno vaccinato mia madre e non mio padre che è grave»
La protesta di una famiglia di Albinea: «Domanda fatta in contemporanea seguendo le istruzioni Ausl, ma ancora niente. E nessuno sa dare una risposta»
Mauro Grasselli
ALBINEA. Tra le tante situazioni paradossali legate alla pandemia e alla rincorsa infinita verso le migliori soluzioni possibili, ostacolata da problematiche a vari livelli, c’è quella che ha per protagonista una famiglia che abita ad Albinea, formata da genitori non più giovani e dai figli. «Mio padre – spiega la figlia – ha diverse patologie gravi ed è in una “categoria prioritaria”, così come lo classifica l’Ausl. Ma non è ancora stato vaccinato, a differenza di mia madre, che ha due anni in meno, ha una sola patologia e di certo non è grave quanto lui. La cosa sorprendente è che abbiamo compilato contemporaneamente i moduli per chiedere la vaccinazione di entrambi, seguendo le indicazioni ricevute dall’Ausl, e il giorno dopo mia madre è stata chiamata per la vaccinazione. Infatti, ha già fatto la prima iniezione Pfizer ed è in attesa della seconda. Mio padre, invece, è ancora in attesa».
A contorno della situazione, le innumerevoli telefonate all’Ausl finalizzate a sbloccare la situazione. Il problema vero è che il padre – pur restando chiuso in casa per evitare di contrarre il coronavirus, spesso va all’ospedale di Reggio Emilia per sottoporsi a visite e terapie legate alle sue condizioni di salute. «Ha tante patologie gravi – spiega la figlia – che lo portano spesso a dover andare in Oncologia e in Cardiologia, i reparti che lo seguono. Ci va tre-quattro volte a settimana, con tutti i rischi che questo comporta. Ma nemmeno lì in ospedale sanno dare indicazioni sulla vaccinazione, dal momento che, ovviamente, non è una cosa di loro competenza».
Ed ecco un altro problema: «Non si sa con chi parlare. Abbiamo telefonato innumerevoli volte all’Ausl e, anche sorvolando su certi comportamenti arroganti e maleducati, le risposte sono sempre di questo tenore: non è colpa mia; non so cosa rispondere; tanta gente è nella sua stessa situazione; chiami quest’altro numero... Oppure, non si riesce a prendere la linea, semplicemente».
Il padre in attesa della vaccinazione è del 1942 (78 anni già compiuti) e a breve dovrebbe essere inserito nella lista delle vaccinazioni relative alla sua fascia di età. Nel frattempo, rischia di contrarre il Covid andando in ospedale per le visite mediche.
«Quando ho portato mia madre a fare il vaccino – prosegue la figlia – ho spiegato la situazione di mio padre e ho chiesto se c’era qualcuno cui rivolgersi per fare qualcosa, ma mi è stato risposto “non so cosa dire”. Insomma: non si sa chi chiamare, nessuno sa dare risposte e talvolta c’è anche chi risponde male. Ci si sente impotenti, nonostante il nostro sia solo il tentativo di ottenere la vaccinazione per mio padre, che rischia parecchio. Ora dovrebbero iniziare a vaccinare anche i medici di base, sempre che ci siano le dosi e se ci sono almeno undici pazienti, mi hanno spiegato, per non sprecare il vaccino».
Nell’attesa, suo padre rischia. In situazioni analoghe, non sempre le cose vanno per il meglio. Come nel caso di Matteo Reggiani, il 46enne di Villa Argine ucciso dal Covid un paio di settimane fa. Una grave disabilità provocata da sofferenza fetale lo aveva colpito alla nascita, e l’apparato respiratorio era compromesso. Insomma, un soggetto decisamente vulnerabile. Inevitabile la rabbia dei genitori: «Aspettavamo tanto il vaccino e poi, quando è arrivato, a Matteo non lo hanno fatto. Abbiamo tribolato 46 anni per tenerlo in vita, trascorso tante notti a tenerlo sollevato per farlo respirare. Ha avuto tante polmoniti e lo abbiamo sempre salvato. E poi non siamo riusciti a salvarlo da questo, nonostante le tante telefonate all’ufficio vaccini». —
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