«Così combattiamo le dipendenze da quelle “classiche” a quella da social»
Don Dossetti racconta l’attività svolta dal Ceis nel 2020 Dalla lotta alla droga all’aiuto di minori, anziani e stranieri
Leonardo Grilli
reggio emilia. Un aiuto a chi soffre di dipendenze da droga, alcol e persino social. Una casa di riposo per anziani e una scuola dell’infanzia. Un servizio di accoglienza per richiedenti asilo e un pasto caldo a chi ne ha bisogno. Da poco meno di 40 anni il Centro di solidarietà di Reggio Emilia (Ceis) è attivo e radicato nel tessuto sociale della città. E non si è fermato nemmeno durante la pandemia. A raccontarlo è il suo fondatore, don Giuseppe Dossetti.
Com’è cambiata la vostra attività in questo anno segnato dal Covid?
«La nostra attività si basa sulla relazione interpersonale, che è diventata più difficile, qualche volta assente. Abbiamo cercato di mantenere i contatti con gli strumenti che la tecnologia ci offre e questo spiega anche l’investimento che abbiamo fatto sul sito, per renderlo il più possibile interattivo. All’interno delle comunità, che erano già realtà protette, è invece aumentato il senso di sicurezza e l’apprezzamento per avere altri ragazzi con i quali condividere la quotidianità».
Quanto è stato complesso gestire la casa di riposo “San Pellegrino”, specie quando le Cra sono state al centro dell’emergenza?
«A questo proposito non ringrazierò mai abbastanza la direzione della casa di riposo per aver colto immediatamente la gravità della situazione e avere subito chiuso la struttura alle visite esterne. Certamente si è trattato di un grande sacrificio, per gli ospiti e per i parenti, ma grazie a questo sono state salvate molte vite. Il personale si è adoperato con molta generosità, per mantenere il clima di famiglia e gli ospiti hanno capito. Abbiamo avuto una cordiale e tempestiva collaborazione da parte dell’Azienda Sanitaria: già in gennaio, ospiti e personale sono stati vaccinati».
Tutti i report delle forze di polizia indicano un aumento del fenomeno di spaccio e consumo di droghe, anche fra i più giovani, durante i lockdown e i periodi di restrizioni. Avete avuto anche voi percezione di questo incremento?
«I nostri dati riguardano le richieste di aiuto più che il consumo. Non solo da adesso, il grande problema è la sottovalutazione dell’uso di droghe, in particolare di quelle cosiddette “leggere”, e dell’alcol. La dipendenza non viene riconosciuta dal contesto del consumatore, così che un percorso di recupero inizia troppo spesso tardi, quando il consumo ha già fatto danni importanti. Considero però molto probabile che il confinamento abbia fatto aumentare il consumo. Su questo però voglio essere chiaro. Penso sia necessario l’intervento di repressione dello spaccio; ma lo spacciatore c’è, perché ci sono i consumatori. C’è da fare una bonifica culturale: non si può invocare la legalità e fumare canne, che alimentano l’illegalità; non ci si può scandalizzare per la presenza della ‘ndrangheta, che nello spaccio di cocaina e eroina ha una delle sue principali fonti di finanziamento».
Dal 1982 la realtà è cambiata. Quali sono, oggi a Reggio Emilia, le maggiori problematiche sociali secondo la sua esperienza?
«Molte cose sono cambiate dal 1982 quando, con l’aiuto di un gruppo di genitori di ragazzi tossicodipendenti, abbiamo creato un percorso di uscita dalla droga. Negli anni Ottanta e Novanta il percorso di uscita dalla droga è stata l’attività quasi esclusiva del centro, anche se si sono sviluppate attività di sostegno come il volontariato e i percorsi di mutuo aiuto per i familiari, con sollecitazioni a rispondere a nuove emergenze come l’Aids. La consapevolezza che il disagio sociale fosse molto più articolato è arrivata all’inizio degli anni Duemila e abbiamo capito che la nostra esperienza, i concetti che guidavano il nostro operare, potevano servire in altri campi. Inquesto siamo stati sollecitati anche dai nostri interlocutori pubblici e sono nate comunità di accoglienza per minori, appartamenti per il reinserimento, lo sportello per le assistenti familiari, l’attività di accoglienza e accompagnamento dei migranti. Il simbolo di questo fervore è la sede di via Codro, la “Casa aperta”, che è consapevolmente collocata nel tessuto urbano per dare visivamente il messaggio che lo scopo del nostro lavoro è il reinserimento della persona in difficoltà, non la sua estraniazione, e che la solidarietà può trasformare le persone portatrici di sofferenza in risorsa per la comunità. Tornando all’attività originaria del Centro, il recupero dalla tossicodipendenza, quando una famiglia entra in questa grande sofferenza è come se su di lei calasse una campana di vetro. Si interrompono le relazioni più care, si cercano soluzioni spesso destinate al fallimento, vengono trascurate le occasioni che sono disponibili nel territorio vicino a noi».
Infine, la nuova dipendenza contemporanea: quella da social. In che modo state intervenendo su questo aspetto, chi colpisce e quali sono le sue conseguenze?
«Avevamo incominciato a studiare il fenomeno ma oggi è difficile distinguere la dipendenza patologica dai social e l’uso, anche importante, che se ne fa per mantenere comunque delle relazioni. Certamente si tratta di un sostitutivo della vera relazione ma potremo riprendere il discorso solo quando sarà possibile riaprire le sedi normali della socialità. Tuttavia, se qualche genitore nota una situazione allarmante, può rivolgersi al Ceis nella sede di via Codro, al mercoledì sera alle 19.30, nell’incontro di informazione che si tiene anche ora in presenza». —
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