Le squadre Usca sempre sul campo «Grande scuola sul piano umano»
Il dottor Marco Paganini è uno di loro dal dicembre 2020: «Mi sono rimasti impressi gli incontri con i più fragili»
Roberto Fontanili
REGGIO EMILIA. Girano la città e la provincia casa per casa e intervengono in carcere, dove la situazione resta preoccupante ma la positività è in diminuzione, e all’interno delle case di riposo e nelle strutture come la Rems a Reggio e la Cra a Guastalla che è riservata alle persone più anziane. Quelle strutture dedicate ad accogliere i pazienti colpiti da Covid che non hanno la possibilità per i motivi più diversi di restare isolati nel proprio domicilio.
Sono un centinaio le donne e gli uomini che compongono le Usca, (Unità speciali di continuità assistenziale).
Non sono i medici vaccinatori, anche se alcuni di loro operano su entrambi i fronti, ma non si limitano a intervenire solo nei casi di persone colpite da Covid e che non necessitano di ricovero.
A breve saranno proprio loro che si occuperanno di reclutare i soggetti che saranno trattati con gli anticorpi monoclonali, le sostanze che agiscono con lo stesso principio con cui il sistema immunitario reagisce verso una infezione esterna.
«La loro somministrazione che è già iniziata – chiarisce Marco Paganini – avviene in ospedale così come saranno i medici ospedalieri a fare la seconda valutazione, il nostro compito è di dare un primo giudizio sulla base della patologia del soggetto».
Le squadre Usca sono composte in gran parte da giovani medici specializzandi o liberi professionisti e da infermieri professionali che in molti casi hanno già maturato esperienza sul territorio e che hanno accolto l’appello dell’Ausl a mettersi a disposizione per combattere la pandemia.
Il dottor Marco Paganini che si è laureato nel 2016 e sta frequentando la Scuola di specializzazione di Medicina Generale è uno di loro e dal dicembre del 2020 è entrato a far parte delle Usca del Distretto sanitario di Reggio. «A coinvolgermi – racconta – è stato un mio collega», mentre spiega come funzionano queste squadre di intervento domiciliare.
«Siamo coordinati dalla nostra centrale che è in via Brigata Reggio. Il paziente chiama il proprio medico di famiglia che a sua volta segnala alla centrale che il soggetto è positivo o a rischio. Noi ci rechiamo al domicilio del paziente e valutiamo la situazione. Come fanno nel week end anche i medici di continuità assistenziale. C’una stretta collaborazione con i medici di medicina generale a cui dopo la visita facciamo un report. Le Usca fanno da ponte tra ospedale e territorio, un’integrazione che è sempre più necessaria e il nostro compito è quello di valutare le criticità dei singoli casi».
Il sistema funziona così in tutta la provincia e ogni Distretto sanitario ha le proprie squadre che sono composte da un medico e da un infermiere, ma può accadere, a seconda della disponibilità di personale che siano anche due medici a uscire.
«A Reggio Emilia – dice Paganini – sono due le squadre che escono al mattino e altrettante al pomeriggio. I turni sono di circa 6 - 7 ore ma in casi di emergenza può capitare anche di fare turni doppi. Inoltre è stata creata l’Usca neonatale pediatrica. In quel caso è il pediatra che collabora con noi».
Nel lavoro quotidiano le squadre Usca accanto all’aspetto clinico si trovano a fare i conti anche una forte componente umana ed emotiva nel rapporto con le persone colpite dal Covid.
«Generalmente l’accoglienza nelle case è estremamente positiva – racconta sempre Paganini – e ci sono stati rari casi in cui si sono create situazioni spiacevoli, ma di solito il paziente sente la necessità di essere visitato. Difficilmente troviamo situazioni ideali per fare le visite e quello che fa la differenza è usare il buon senso nel gestire i casi difficili».
Paganini, dopo avere sottolineato di «non essere assolutamente pentito della scelta fatta», conclude: «È un’esperienza molto formativa dal punto di vista professionale, che collima con il lavoro dei medici di medicina generale a cui mi sto preparando, ed è anche una grande scuola sul piano umano. Tra i numerosi interventi effettuati mi sono rimasti impressi quelli in cui ci si trova ad avere a che fare con le persone più fragili per età o patologia o per condizione familiare. Ma sono sempre esperienze che ti fanno crescere». —
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