Campanella, che suono soave
Se la macchina non segnasse qualche grado in più potrebbe essere il 18 gennaio, quando il Tar aveva detto che era ora di tornare in classe dopo il lungo inverno. La sveglia è suonata mezz’ora prima, trucco a metà viso – che di più con la mascherina non serve – e via verso la scuola al 50%. «Ma non ho capito, hai metà dei ragazzi, metà delle classi, metà dell’orario o cosa?», mi chiede per messaggio un’amica confusa dalla percentuale e non credo sia la sola a non averci capito nulla fuori dalle mura scolastiche, mentre noi siamo prontissimi.
Didattica digitale integrata al 50%? Vai con l’orario in vigore dal 15 settembre al 14 novembre e ancora dal 18 gennaio al 13 marzo: un primo gruppo di classi frequenta dal lunedì al mercoledì e un altro gruppo gli altri tre giorni. Noi docenti andiamo in presenza e chi è fuori è fuori, chi è dentro è dentro. Oggi dentro c’è una classe su tre, ma il mio impavido portatile saprà colmare la distanza per i due terzi a distanza. Non è così in tutte le scuole, questa è la pratica – a mio avviso – soluzione proposta dall’Itis Nobili. Fuori dalla porta in attesa della campanella – ah che suono soave, che speranze, che cori! – ci sono gli studenti di terza che come tutti i loro colleghi del nostro istituto, in realtà, non hanno mai smesso di frequentare. Un giorno o due a settimana per i laboratori non gliel’ha mai tolto nessuno: l’opportunità c’era, così Tecnico e Professionale ne hanno approfittato con gran lavoro dei colleghi. Ora la palla torna al centro e il driiin iniziale corrisponde a un nuovo calcio d’inizio, l’ennesimo. «Felici di essere tornati?», chiedo dopo aver recensito nuovi tagli di capelli e altri cambiamenti del gruppo e ottengo in cambio due tipi di risposte: no perché così si dorme di meno e si studia di più, sì perché almeno si va verso la normalità. Tra convenevoli, Letteratura e Storia, le prime due ore in realtà volano per tutti tranne che per le mie corde vocali, messe a dura prova dalla spiegazione con Ffp2. Ci si riabitueranno, ci riabitueremo tutti. Per la terza e quarta ora invece devo correre in una classe deserta, alla quinta nuova classe stesso scenario desolante: siamo io, il computer e i banchi, ma almeno tra due giorni ci rivediamo tutti de visu. Alle 12.50 è di nuovo la campanella a dire la sua e questa volta ammetto che mi trovi come i ragazzi di terza, divisa a metà: felice per aver rivisto almeno loro, ma stanca di una didattica a singhiozzo. Si poteva e si potrebbe fare di più per la nostra povera scuola al tempo del Covid? Si poteva e si potrebbe fare meglio? Domande nella mente di ogni docente dall’anno scorso: abbiamo il dovere di continuare a porcele. Che i ragazzi siano disorientati è innegabile, le due ore in presenza saranno anche volate ma gli occhi erano piuttosto spenti. Li avevamo riaccesi a febbraio e ora è di nuovo tutto da rifare. E no, non è solo questione di studiare di più perché se così fosse sarebbero già all’università dove si viaggia in autonomia. Mentre ognuno riflette per sé e – finalmente – anche nei corridoi tra colleghi, scivola via però un anno scolastico che lascerà segni indelebili nei ragazzi e anche in noi, quei “privilegiati” che quest’anno, e come sempre, stanno mettendo il bene dei ragazzi davanti a tutto. Che sia il momento di una svolta? —
*insegnante e giornalista
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