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Arresto clan Giuliano (Ambra) 

Maxi operazione contro i clan di Camorra Arrestato un 23enne a Reggio Emilia

AmbraPrati
Maxi operazione contro i clan di Camorra Arrestato un 23enne a Reggio Emilia

Blitz dei carabinieri in via Melato, dove abita Antonio Nappo, finito nell’inchiesta culminata con 26 custodie cautelari

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REGGIO EMILIA. Camorristi e ’ndranghetisti uniti negli affari, che spaziavano dalla detenzione di armi e materiale esplosivo (sessantadue gli ordigni scoperti), narcotraffico, riciclaggio, estorsioni e perfino un tentato omicidio. Ha toccato anche Reggio Emilia la maxi operazione, coordinata dalla Dda di Napoli e Salerno e svolta dai carabinieri, che ha consentito di eseguire 26 provvedimenti cautelari nelle province di Napoli, Salerno, Imperia, Cosenza, Ancona e Reggio Emilia, nonché di sequestrare beni per 50 milioni di euro riconducibili al clan Fabbrocino (capeggiato da Antonio Giuliano detto “ò savariello”, luogotenente dei Fabbrocino, detenuto a Nuoro) e al clan capeggiato da Rosario Giuliano, solo omonimi di cognome.

Nella nostra città i carabinieri hanno fatto scattare le manette ai polsi di Antonio Nappo, 23 anni incensurato, prelevato all’alba nella sua abitazione di via Melato in zona piscina. Il 23enne è imparentato con i Nappo, una delle famiglie finite sotto la lente d’ingrandimento dell’Antimafia per il patrimonio sproporzionato rispetto ai redditi e per il riciclaggio tramite imprese.

I due gruppi di camorristi – accusati a vario titolo di associazione a delinquere di stampo mafioso con una marea di altri reati – avevano stretto un’alleanza con la ’ndrangheta: Rosario Giuliano, 60 anni, acquistava la droga grazie ai contatti con la ’ndrina calabrese dei Pesce-Bellocco della Piana di Gioia Tauro, dalla quale si riforniva di hascisc e marijuana attraverso Giuseppe Elia Giosafatte. Lo stupefacente a chili veniva custodito da incensurati insospettabili come Francesco De Michele e Adriano De Filippo, che utilizzavano anche furgoni per la distribuzione del caffè come copertura. Proprio Giuliano “o’ minorenne” – il soprannome deriva dalla sua carriera criminale, alquanto precoce –, ritenuto dalla Dda a capo di uno dei due gruppi malavitosi sgominati, è la figura centrale, capace secondo le carte di «sfruttare abilmente le pieghe offerte dall’ordinamento per sottrarsi alle sue responsabilità fingendo di assumere un atteggiamento di ripudio del proprio passato per evitare le conseguenze di atroci delitti». Condannato in via definitiva a oltre 227 anni di reclusione (poi cumulati in trent’anni), il boss è stato scarcerato nel marzo dell’anno scorso. Tornato in libertà vigilata nel suo comune, Poggiomarino in provincia di Napoli, voleva riaffermare l’autonomia di un clan autoctono. E ha stabilito in una mansarda di Pagani (Salerno) la sua centrale operativa: lì però le intercettazioni della Squadra Mobile hanno fatto luce sui suoi piani e sul tentato omicidio di un ex collaboratore di giustizia, Carmine Amoruso. L’agguato ad Amoruso è avvenuto il 13 aprile scorso, in pieno giorno e in un luogo affollato, vicino al cimitero di San Marzano sul Sarno. Il clan di Rosario Giuliano, che per lungo tempo ha dato ordini dal carcere tramite la compagna Teresa Caputo, era composto dai collaboratori più stretti Alfonso Manzella e Cristian Sorrentino. In posizione subalterna Antonio e Salvatore Iervolino, che curavano il raccordo tra i vertici del gruppo e le altre componenti del clan dedite al controllo del territorio ed allo stupefacente: tra questi Giovanni Orefice, Giuseppe Nappo e Domenico Gianluca Marano, che costituivano il braccio armato deputato a commettere azioni di fuoco ed atti intimidatori. I nuclei familiari di questi ultimi sono stati destinatari dei sequestri preventivi. —

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