Distretti produttivi reggiani a km zero antidoto contro la crisi globale da Covid
La vicinanza delle imprese ha permesso a settori come meccatronica e macchine agricole di assorbire l’urto della crisi
Enrico Lorenzo Tidona
REGGIO EMILIA. Meccatronica, piastrelle, macchine agricole, lattiero-caseario, salumi: a difendere l’economia reggiana sono stati i distretti a km zero costruiti attorno alle sue eccellenze. Potersi approvvigionare di componenti o semilavorati a pochi chilometri da casa per molto imprese di casa nostra, infatti, ha significato scansare il Covid facendo leva sulla formula delle filiere, che hanno attutito una crisi che sembrava devastante.
L’antidoto industriale i reggiani ce l’avevano quindi già in casa. Svolta che vale per molti settori spesso trainanti ma certo non per tutti, come la moda, che soffre sia nelle vendite che proprio negli approvvigionamenti, come ha spiegato ieri in maniera limpida lo studio sui distretti fatto da Intesa Sanpaolo, diventato ancora di più stretta attualità perché ha spiegato che l’Italia – e province ad alto tasso produttivo come Reggio Emilia – hanno ora la formula giusta – i cluster produttivi – per ripartire prima e meglio del resto del mondo industriale estero frammentato in più parti del mondo.
Nei distretti industriali italiani, infatti, dopo un calo di fatturato stimato pari al 12,2% nel 2020, è atteso per quest’anno un rimbalzo dei livelli produttivi, con un incremento dell’11,8%. A dirlo la tredicesima edizione del rapporto annuale con cui la Direzione Studi e Ricerche di IntesaSanpaolo ha analizzato i bilanci di 20.770 aziende appartenenti a 159 distretti industriali, messi a confronto con quelli di 62.773 imprese “non distrettuali”, per un fatturato aggregato di 769 miliardi.
Una potenza di fuoco nell’analisi dei dati che parla di un recupero che sarà comunque parziale e lascerà il fatturato dell’aggregato distrettuale del 3% circa inferiore al livello del 2019, traguardo che per molti però ha già il sapore della vittoria viste le premesse di inizio Covid, dove l’infezione sanitaria era poi diventata economica con il blocco delle imprese, che a Reggio Emilia fu totale per un mese, dopo il quale partì il percorso a tappe verso la resurrezione.
Pesano, è inutile negarlo, le difficoltà del Sistema moda e, più in generale, una prima parte dell’anno ancora penalizzata dalla pandemia. La reazione, secondo il rapporto di Intesa Sanpaolo, è significativa considerando che lo scorso anno il 25,2% delle imprese aveva avuto una marginalità negativa; circa la metà di queste imprese ha potuto contare sulla liquidità interna per appianare le perdite; le restanti hanno potuto attivare moratorie o finanziamenti garantiti a tassi agevolati.
Le filiere di prossimità restano perciò un fattore competitivo per le imprese dei distretti, che a dispetto di quelle non inserite in un distretto hanno dovuto compiere meno chilometri per rifornirsi. La meccanica dei distretti, ad esempio, ha compiuto in media 101 chilometri per gli acquisti contro i 147 chilometri dei colleghi fuori dai distretti. Un fattore competitivo che ora premia quella scelta strategica dal forte sapore italiano. —
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