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Sauro, il medico polacco che divenne partigiano

Storie di padri e di madri, di fratelli, di medici partigiani, di famiglie divise dalla devastazione. Tutte storie che si intrecciano nelle vie di Reggiolo


25 aprile 2021 Adriano Arati


REGGIOLO. Storie di padri e di madri, di fratelli, di medici partigiani, di famiglie divise dalla devastazione. Tutte storie che si intrecciano nelle vie di Reggiolo. Per celebrare il 25 aprile, il Comune di Reggiolo ha scelto di raccontare una delle vicende più drammatiche fra le tante che hanno toccato il nostro territorio.

Al centro, una figura poi diventata notissima nel paese, il “medico polacco” Sauro Rottenstreich. Di origine ebraica, è arrivato in terra reggiana assieme a una coppia, anch’essa ebrea, formata da Hana e Israel, che da Reggiolo si ritrovò sui treni per Auschwitz, verso lo sterminio. Sauro, invece, salì in montagna, a combattere in Appennino coi partigiani, per poi tornare in quella che ormai era la sua casa.

Incastri che fanno venire i brividi, letti con gli occhi di oggi, ora raccolti nel volume “Sauro, Hana e Israel a Reggiolo”, voluto dal Comune e curato da Istoreco, da Matthias Durchfeld, con i testi di Alex Grulli, Antonio Zambonelli e dello stesso Durchfeld.

Il libro sarà disponibile nelle prossime settimane. I protagonisti sono tre. Il dottor Sauro, ebreo nato in quella che un tempo era la Galizia polacca, poi diventata Ucraina, poi spartita fra le potenze mondiali. Giunge a Bologna, lì completa gli studi, diventa medico. Vi è poi una coppia, Hana Tempel e Israel Hirschhorn, anche loro originari della Galizia. Emigrati in Germania, devono fuggire nel 1938, quando partono le prime espulsioni.

Riescono a mandare i loro tre figli Rosa (16 anni), Josef (12) e Sonja-Bella (10) in Gran Bretagna, dove il governo decide di accogliere migliaia di minori ebrei non accompagnati. Ma non le loro famiglie. I due adulti fuggono a Milano, vengono catturati nel 1940, inviati nel campo di prigionia di Ferramonti di Tarsia (Cosenza). Da lì, vengono mandati a Reggiolo nel settembre nel 1941. Nel paese reggiano trovano anche Sauro, tutti e tre alloggiano all’Albergo Posta, equivalente all’attuale civico 12 di via Matteotti. Lì passano quasi due anni, dal 1941 al 1943, prima di essere divisi. Arrivano l’8 settembre 1943, l’armistizio, la Repubblica Sociale mussoliniana, le truppe naziste occupano l’Italia, le leggi razziali promulgate nel 1938 diventano una condanna a morte per gli ebrei che vengono catturati. Per loro, c’è la deportazione nei campi dello sterminio.

Sauro, avvisato da un amico reggiolese, scappa in montagna e si unisce alle brigate partigiane; il personale medico è preziosissimo. Israel e Hana rimangono al Posta. L’8 dicembre 1943 i carabinieri li arrestano, li rinchiudono nel carcere giudiziario San Tommaso di Reggio; da lì vengono trasferiti nell’ex Villa-Casino Nobili a Cavazzoli, usato come luogo di detenzione. Da lì in avanti, la cadenza è fatale. Il 16 febbraio vengono caricati a Fossoli, vicino a Carpi, il campo di smistamento verso la Germania. Il 22 febbraio, assieme ad altri 650 ebrei italiani – fra cui Primo Levi, a cui si deve il racconto del massacrante viaggio, e una decina di abitanti di Reggio oggi ricordati da pietre d’inciampo – salgono su un treno di dodici vagoni, diretto in Polonia, al campo di stermino di Auschwitz-Birkenau, il più noto e macabro dei simboli della politica nazista di eliminazione sistematica degli ebrei. Il convoglio arriva a destinazione il 26 febbraio 1944.

Hana finisce subito nelle camere a gas, Israel viene sfruttato come schiavo per alcuni mesi, sino all’ottobre 1944, quando muore. Aveva 46 anni, la moglie 47. Nel maggio 1944, senza saperlo, era diventato nonno, Rosa a Londra aveva partorito Michael, la loro famiglia continuava a vivere. A proposito di famiglie, i decenni dopo la guerra regaleranno sorprese al dottor Sauro.

Comandante partigiano nella zona di Civago, vive tutti i difficilissimi mesi che seguono la caduta della Repubblica di Montefiorino e decide poi di passare oltre l’Appennino, nella zona toscana già liberata, ad attendere la fine del conflitto. Nel 1945 torna a Reggiolo e si fidanza con Dea Rossi, che diventerà sua moglie. Inizia a lavorare come libero professionista, curando molti reggiolesi, come ricorda l’attuale vicesindaco Franco Albinelli nella sua prefazione. Nei primi anni ’60, la sorpresa più bella e imprevista. A Riccione, la figlia Siva gioca sulla spiaggia con un bimbo tedesco. La vicina di ombrellone del piccolo si chiama Sara, Sara Rottenstreich. La mamma, Sima, è cugina di Sauro.

Le emozioni non finiscono: Sima rivela al medico che il fratello Imec, che Sauro credeva morto ad Auschwitz, è sopravvissuto al campo, vive a Tel Aviv. Dopo telefonate e lettere, si ritrovano a Venezia, dopo oltre vent’anni. Incroci difficili da immaginare, tutti passati dall’Albergo Posta a Reggiolo. —
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