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Mafia nigeriana, nove arresti a Reggio Due dei capi del clan rintracciati in città

Ambra Prati
Mafia nigeriana, nove arresti a Reggio Due dei capi del clan rintracciati in città

Trenta misure cautelari in carcere in tutta Italia. L’inchiesta ha accertato l’esistenza dell’organizzazione chiamata Black Axe

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Ambra Prati

REGGIO EMILIA. Sono stati arrestati a Reggio, dove avevano la loro base operativa, i due capi (un 36enne già detenuto per altra causa e il suo vice, un 40enne ai domiciliari) di una organizzazione criminale nigeriana smantellata la scorsa notte con una maxi retata partita da L’Aquila. Ma anche il boss dei boss, vale a dire il responsabile per l’Italia – un 35enne noto con il soprannome di Seki o Titus, domiciliato a L’Aquila, da dove impartiva ordini su tutto il territorio nazionale – veniva di frequente a Reggio Emilia, tanto da essere arrestato qui, nel gennaio scorso, nell’ambito dell’operazione Trexit sul narcotraffico eseguita dalla Squadra Mobile e coordinata dalla Dda di Bologna.

In totale sono stati nove i nigeriani finiti in manette nel reggiano. Oltre alle tre figure apicali, già note ai poliziotti, gli altri sette sono connazionali, nullatenenti con un alto tenore di vita, prelevati all’alba nelle loro abitazioni. Tra questi figura anche un 26enne che era stato arrestato il 10 settembre 2019 in stazione con quattro chili di marijuana e che si trovava in stato di libertà. L’operazione “Hello Bross”, condotta dallo Sco (Servizio centrale operativo della polizia di Stato) e dalle Squadre Mobili di parecchie province (Roma, Rieti, Caserta, Napoli, Catania, Genova, Messina, Potenza, Terni, Parma, Modena e Reggio Emilia), è iniziata nel 2018 ed è terminata nel 2020: sono stati necessari due anni e mezzo di intercettazioni telefoniche, ambientali, telematiche, analisi dei social network, perizie tecniche, rogatorie internazionali e indagini patrimoniali per ricostruire il complicato puzzle. Alla fine è stata scoperchiata un’organizzazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata ad un centinaio di reati tra cui traffico di stupefacenti, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sfruttamento della prostituzione, truffe informatiche, truffe “romantiche” (cioè donne ingannate per essere avviate al marciapiede), raggiri con i bitcoin e riciclaggio.

La quadratura del cerchio ha portato all’esecuzione di 25 perquisizioni domiciliari e trenta misure cautelari in carcere nei confronti di altrettanti nigeriani sparsi per la penisola. Dei nove rintracciati a Reggio Emilia alcuni sono stati smistati negli istituti penitenziari di Modena e Parma. Secondo gli inquirenti l’inchiesta ha accertato l’esistenza in Italia dell’organizzazione criminale nigeriana denominata “Black Axe”.

Una confraternita universitaria nata negli anni ’50 con le migliori intenzioni antirazziste e anticolonialiste per poi degenerare in mafia, con tanto di riti di affiliazione e formule magiche, come risulta dai dialoghi captati e dall’ascia rituale sequestrata a L’Aquila. L’organizzazione non ha disdegnato nemmeno l’affare dell’accattonaggio all’esterno dei supermercati: era uno dei primi incarichi assegnati agli affiliati.

Come ogni mafia che si rispetti quella nigeriana è risultata strutturata in modo piramidale, con una netta divisione dei compiti: la “casa madre”, cioè il vertice nazionale, era L’Aquila, definita “head zone Italy”, mentre i sottoposti erano divisi in articolazioni periferiche dette Forum tra le quali spiccava Reggio Emilia, retta dal 36enne detto “Small boy”. Il gruppo criminale effettuava delle raccolte di denaro in favore dei sodali arrestati, aiutando i familiari tramite una cassa comune e perfino di un libro mastro rinvenuto con i conti. Non mancano i collaboratori di giustizia: connazionali pentiti che, con le loro rivelazioni, hanno reso possibile un’indagine resa difficoltosa dalla transnazionalità e dall’estrema mobilità degli indagati. —

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