Lottiamo per la dignità del lavoro
L'editoriale del direttore della Gazzetta di Reggio
REGGIO EMILIA. Papa Francesco qualche tempo fa raccontò questa storia: un uomo in difficoltà si presenta alla Caritas per ritirare un pacco di viveri e un volontario, dopo averglielo dato, cerca di fargli coraggio. «Almeno ora puoi sfamare la tua famiglia». «A me non basta. Io il pane da portare a casa voglio guadagnarmelo».
Ecco, nella risposta di quell’uomo c’è il senso della festa che oggi celebriamo. Celebriamo il lavoro. Ma soprattutto celebriamo la dignità. E va difesa da tutti noi, ora più che mai. Un anno di coronavirus ha contribuito ancor di più ad affossare speranze di riscatto e di risalita da una crisi il cui inizio si perde nella memoria. Ma non possiamo usare la pandemia come un alibi. Siamo in un’epoca di diritti dimenticati, se non capovolti.
Un’epoca nella quale alle grandi intuizioni e ai progressi si affiancano rinnovate condizioni che puzzano quasi di schiavitù. Che c’è di gratificante nel lavorare per una miseria, senza ferie e diritto alla malattia, consegnando pranzi e cene ai quattro capi di una città su una bicicletta? Molto poco. Ancora meno se, dopo un infortunio sul lavoro, mentre sei in coma all’ospedale, nessuno ti apre una pratica di risarcimento perché da un lontano e distaccato call center viene chiesto ai parenti un codice che loro non hanno. Lavoratori senza faccia che diventano numeri.
Svuotati da ogni personalità. Eppure accade. È successo solo poche settimane fa nella prospera Emilia. Non dovrebbe accadere mai. Un Paese che per tradizione ha alimentato il proprio fanatismo per il posto fisso ha finito per scegliere da qualche decennio politici che, a colpi di decreti, riforme e manovre assortite hanno costruito pilastri altissimi di precarietà. Si può dare la colpa alla globalizzazione, ma è solo una parte del dito dietro al quale nascondersi.
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