L’amore per i cavalli al maneggio Ippogrifo è diventato un traino per l’inclusione sociale
Castelnovo Sotto: la scuola di Giorgia Giovanardi per disabili e non solo Dalle gare di dressage paralimpico alle lezioni di equitazione educativa
LA STORIA
WAINER MAGNANI
L’inclusione sociale abbinata all’amore per i cavalli. È la filosofia dell’Ippogrifo, un maneggio-scuola ma non solo, immerso nelle campagne di Castelnovo Sotto e gestito dalla famiglia Giovanardi. Più che una scommessa una vocazione, l’idea di dare un futuro alla figlia Giorgia e a tanti ragazzi e ragazze con disabilità inseriti in un contesto sportivo e ludico. «L’idea è di una equitazione educativa – rimarca Giorgia Giovanardi – e il mio fine è aiutare ogni ragazzo o ragazza (vale per tutti) non solo ad andare a cavallo ma, assieme al cavallo, a diventare un binomio perfetto. Un percorso di crescita individualizzato».
Giorgia, ipovedente dalla nascita, ha vinto nove campionati italiani di dressage paralimpico ma è il suo amore per l’insegnamento che l’ha spinta a intraprendere questa iniziativa. «È stato il mio senso di responsabilità, il volermi impegnare per gli altri. La presa di coscienza di ciò che ti può riservare la vita. Basta un incidente o una malattia e tutto può cambiare ma non per questo devi sentirti solo, isolato, emarginato. Ai normodotati e ai disabili insegno la conoscenza del loro corpo, il superare le difficoltà attraverso l’equitazione, il rapporto col cavallo per sentirsi uniti da un cordone ombelicale».
Un’attività sportiva, culturale e psicologica che abbraccia tutti. «Lavoro con ragazzi in difficoltà, che hanno una bassa autostima: i giovani sono sempre sul cellulare non si conoscono a livello di corpo, hanno un’errata alimentazione e se hanno difficoltà a scuola o sono timidi, si sentono tagliati fuori e da qui nascono lepatologie. Questi ragazzi e ragazze sanno che qui scopriranno un diverso modo di approcciarsi al cavallo. Solitamente mi relaziono con i giovani, perché sono più aperti ad apprendere. È un lavoro di prevenzione. Li aiuto a scoprirsi attraverso il cavallo. Ognuno è indispensabile all’altro».
Giorgia ama ripetere un concetto: il lupo senza branco non è nessuno, il branco senza il lupo non è niente. «Aiuto i disabili a capire come possono superare i loro limiti, a scoprire le loro potenzialità. È anche un’attività che tiene conto delle disabilità fisiche ma vi assicuro che assieme al cavallo i ragazzi scoprono di essere autonomi, sicuri e indipendenti».
Una mano tesa verso le disabilità anche complesse. «Da noi ci sono ragazzi e ragazze sulla sedia a rotelle o che hanno problemi alla schiena ma assieme al cavallo scoprono una loro autonomia. Insegno cos’è l’autismo e come gestirlo».
Quando Giorgia parla dei suoi quindici cavalli il viso le si illumina. «È un animale che entra nella tua sfera emotiva e affettiva. Diventa il tuo sostegno. Sono sempre gli stessi cavalli che ritrovi nel tempo, perché da noi restano fino alla loro morte naturale. Questo aiuta a far capire che una persona, anche quando ha finito di lavorare, può sempre essere d’aiuto per gli altri. Così un cavallo che non può essere montato può svolgere un’altra funzione educativa, non va al macello. I ragazzi si immedesimano nel cavallo. Rispetto a un altro animale, farsi montare significa avere autonomia di movimento. Schivare un ostacolo in autonomia per un disabile è un grande successo: non sono più gli altri che mi spostano ma sono io in autonomia assieme al mio cavallo che supero l’ostacolo. C’è un rispetto degli spazi. È una grande conquista».
L’Ipprogrifo svolge una funzione sociale a tutto tondo. «Ho avuto ragazzi in affido – prosegue infatti Giorgia – per cercare di superare situazioni familiari complesse. O ragazzi con dislessia grave». Ma in questo contesto c’è una simbiosi del tutto speciale che si viene a creare. «I ragazzi normodotati si sentono ancora più coinvolti in questo insegnamento e a loro volta accrescono le loro conoscenze individuali. Usano queste conoscenze per migliorarsi».
Giorgia è laureata in Scienze sociali ma ci tiene a precisare: «Sono anche maestra e istruttore Cip (comitato italiano paralimpico) e Fise (federazione italiana sport equestri). Non ho molto tempo ma vorrei acquisire una seconda laurea. Chissà».
L’Ippogrifo è una scuola di vita ma anche nei numeri assume un ruolo rilevante: sono quasi cento le persone che gravitano in questo maneggio educativo che si occupa anche di laboratorio per i bambini e dà vita a centri estivi e a tante iniziative. Il 50% dei frequentatori ha disabilità certificate o disagi complessi. Un centro che coinvolge anche le province di Parma e Modena.
«I campi estivi – spiega Giorgia – sono a piccoli gruppi perché l’inclusione è un percorso molto specifico e particolare. Lo stesso vale per i laboratori o per le varie feste a tema che facevamo prima della pandemia».
Il cruccio di Giorgia riguarda i volontari: «Sono pochi ma chi si è approcciato a noi, poi è rimasto per sempre. Spesso c’è una predisposizione verso i più piccoli perché da noi vengono dai 4 anni in su. Ci sono ragazzi che hanno il cavallo e altri che aiutano nell’integrazione perché si creano un clima e una sinergia naturale anche nelle diverse età».
C’è anche la preoccupazione per la sostenibilità del progetto da un punto di vista economico: «Salvo qualche donazione, è un impegno tutto a carico della mia famiglia. Non siamo riconosciuti come attività rieducativa e ci adoperiamo con le risorse che abbiamo a disposizione. Adesso avremmo bisogno di un paio di cavalli in più però economicamente non riusciamo a sostenere questo sforzo».
Ma c’è un aspetto che cancella tutto questo malessere: «Sono le famiglie che ci scelgono per l’educazione dei loro figli. Questo è un grande valore anche se con un maggior aiuto potremmo fare molto di più, perché ci sono tanti ragazzi che non possono usufruire di questo nostro servizio. E alle loro famiglie farebbe comodo questo sostegno. Non abbiamo mai fatto pubblicità per scelta, perché vogliamo essere scelti». E c’è un altro motivo d’orgoglio: «Tutta la struttura l’abbiamo realizzata noi, è il frutto dell’impegno della mia famiglia. Nonostante abbiamo aspettato tre anni per avere i permessi, passo dopo passo, attingendo anche a un mutuo, lo abbiamo realizzato con sacrifici e dedizione».
Ma le gratificazioni superano i disagi. «Sono le piccole cose che mi gratificano: un bimbo autistico che si domanda perché il suo compagno oggi non c’è e quando lo vede interagisce con lui. Sono i gesti quotidiani che sono importanti per questi ragazzi».
Giorgia ha un passato da campionessa di dressage ma non ha rimpianti. «La gara è adrenalina pura, il riconoscimento di un percorso intensissimo ma breve. Questo dura di più, ti impegna di più. Il mio successo è sapere che un ragazzino che era seguito dai servizi sociali per problemi di delinquenza minorile adesso fa la guardia giurata. La mia foto sul giornale ci sta un giorno, queste cose durano una vita».
Si toglie anche un sassolino: «Tutti parlano del benessere degli animali, eppure anche un cavallo vincente prima o poi viene venduto per il macello. Non interessa più a nessuno. Questo mi fa arrabbiare».
Giorgia non poteva concludere questo viaggio nel suo Ippogrifo con il classico sogno nel cassetto. «Vorrei riuscire ad aiutare un numero sempre maggiore di ragazzi, avere la possibilità di fare molti più progetti educativi, allargare l’Ippogrifo, crescere e magari trovare il tempo di studiare per un’altra laurea e completare tutto questo mio percorso». —
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