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L’esperto 

«Sbagliato sottovalutare un fenomeno che porta a conseguenze tragiche»

L. G.
«Sbagliato sottovalutare un fenomeno che porta a conseguenze tragiche»

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reggio emilia. L’odio viene «amplificato dal web con effetti drammatici, che talvolta emergono come notizie di cronaca ma che spesso sono sottovalutati». Per questo è necessario «stabilire delle regole, discutere di questo problema, la libertà di parola non è illimitata ma finisce quando si danneggiano gli altri». Vanni Codeluppi, docente reggiano e professore ordinario di sociologia dei media all’università Iulm di Milano, conosce e studia da vicino il mondo dei social. E sa bene quanto possa essere pericoloso, soprattutto per le persone più fragili, l’odio che spesso vi si riversa.

«Bisogna considerare – premette il professore – il fatto che il web per sua natura dà una libertà espressiva alle persone che non esiste nella vita “in presenza”. Di solito si sta a casa, nel proprio spazio privato, si ha a che fare con uno schermo e ci si sente liberi proprio per questo, tutelati. Allo stesso tempo si ha la possibilità di arrivare a tutto il mondo e questo dona una sensazione di onnipotenza. Per questo ci si sente in diritto di poter dire qualsiasi cosa, nonostante l’anonimato ora sia molto più limitato: di fronte non si hanno degli esseri umani in carne ed ossa e non si sente la responsabilità di avere a che fare con una persona reale».

Tuttavia, chiarisce Codeluppi, «bisogna sempre ricordarsi che la libertà ha due facce. La mia libertà deve fare i conti con quella degli altri, sono libero finché non danneggio qualcuno e non causo problemi. La libertà non è assoluta. Lo Stato stabilisce delle regole, delle norme, delle sanzioni ma così non è sul web e sui social, dovremmo arrivare a iniziative di questo tipo ma ora siamo nella fase della crescita selvaggia e sregolata. Poi arriverà la società a stabilire delle regole».

Un fenomeno, quello della rabbia e dell’estremismo sfogato sui social, che è stato toccato anche dal Covid: «La pandemia ha accelerato dei fenomeni già in corso. Uno dei più rilevanti da un punto di vista sociale è la digitalizzazione e la mediatizzazione della nostra vita. Ci muoviamo sempre di più in luoghi in tutto e per tutto simili a quelli fisici, ma mediatici e di proprietà di aziende private. Qui svolgiamo attività identiche a quelle della vita quotidiana: lavoriamo, incontriamo persone, coltiviamo delle relazioni, ci innamoriamo, studiamo, conosciamo. Lo spazio del web riproduce sempre più la vita in presenza che tradizionalmente abbiamo sempre fatto. Per questo motivo vi si trovano anche dei comportamenti esecrabili, che ci sono sempre stati e ci sono tutt’ora».

Attacchi a ebrei, donne, disabili, persone di altri orientamenti sessuali, «categorie purtroppo più deboli sul piano sociale, prese di mira come capri espiatori. Esattamente come ciò che è successo durante il nazismo, è un vecchio trucco della politica più deteriore, della dittatura: indicare fasce di popolazione, come i migranti, e attaccarle per rafforzare la propria fazione, unirla contro un nemico».

Stessi meccanismi ma diffusione differente. Se negli anni ’30 e ’40 il massimo strumento di propaganda era il cinema, ora «le persone hanno in mano degli strumenti di comunicazione molto più potenti – prosegue Codeluppi –. In uno dei suoi ultimi interventi pubblici Umberto Eco disse una cosa condivisibile, anche se creò molte polemiche. Oggi si può usare il web per diffondere nel mondo quelle che prime erano delle chiacchiere da bar, che nascevano e morivano in quel locale. E se a diffondersi in modo ampio e senza controllo sono le stupidate degli imbecilli si creano dei danni. Soprattutto per chi viene preso di mira».

E il pensiero va ovviamente alle numerosissime vittime di “hating”, dell’odio social appunto. O del “reveng porn”, la diffusione online di immagini pornografiche per danneggiare una donna o una ex ragazza. «Sono tantissimi i casi di persone che hanno sofferto per le offese ricevute pubblicamente nello spazio dei media online – chiarisce infatti il professore – e anche il cyberbullismo rientra in questa tipologia. Soprattutto i più giovani e i più fragili sono i più esposti e questo è ormai un problema sociale. La società deve riuscire a controllare questi fenomeni e dovrebbe farlo rapidamente».

Ma le difficoltà non sono poche. Prima fra tutte il fatto che i social e le piattaforme online «sono solo apparentemente spazi pubblici ma in realtà appartengono ai privati. Esattamente come i centri commerciali, che solitamente riproducono le nostre piazze ma hanno vigilanza privata, telecamere, orari di accesso e appartengono a un’azienda. Facebook o Twitter, per fare due esempi, perseguono gli interessi di una società quotata in borsa e non il bene pubblico, è il cosiddetto capitalismo della sorveglianza».

Un business che vive «con le nostre informazioni personali. Gli Stati occidentali dovrebbero mettersi d’accordo per limitare il potere di queste aziende e controllare ciò che avviene in rete. Attualmente ciò che viene fatto è molto poco». —

L. G.

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