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luzzara, il processo 

Sequestra e picchia la moglie incinta: patteggia

T.S.
Sequestra e picchia la moglie incinta: patteggia

Due anni e quattro mesi all’operaio 35enne allontanato dalla famiglia. La difesa: «Ora deve capire gli errori commessi»

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luzzara. Una famiglia letteralmente in frantumi e il marito – un operaio pakistano 35enne – per le pesanti accuse (maltrattamenti, lesioni gravi e sequestro di persona) che ha ieri patteggiato 2 anni e 4 mesi di reclusione tramite l’avvocatessa Vera Sala che lo tutela.

Una pena “concordata” prima con la pm Valentina Salvi e ora avallata in tribunale a Reggio Emilia dal gup Andrea Rat, a conclusione di una vicenda giudiziaria che affonda le radici a cinque anni fa per arrivare in modo traumatico sino al 7 febbraio del 2020.

Due le denunce presentate dalla moglie ora 26enne, che avevano portato all’allontanamento dalla casa familiare del coniuge.

Quando la donna ha deciso di dire “basta”, dalle sue parole – messe nero su bianco nella prima querela – sono scaturite atti violenti anche alla presenza dei due figli piccoli.

Frasi molto offensive, botte, vessazioni continue sul piano fisico e psicologico. In particolare la moglie l’accusa per quanto avvenne il 26 giugno 2019, vale a dire quando il marito l’afferrava per il braccio, la strattonava e le tirava i capelli, picchiandola sulle braccia.

Ecchimosi giudicate guaribili in sette giorni, come da certificato medico. Ma non era finita qui, dato che il 27 ottobre 2019 la moglie veniva bloccata in casa «inserendo la chiave sulla toppa esterna della porta in modo che la donna non riuscisse ad aprirla«.

Un periodo terribile per la donna – per di più incinta – in cui ha subìto altre botte, rapporti sessuali non graditi, impedendole pure di sottoporsi alle normali visite di controllo della gravidanza.

In particolare, un giorno, il marito le sferrò schiaffi al volto, per poi colpirla con un oggetto in ferro. Lesioni giudicate guaribili in dieci giorni.

Insomma, una situazione insostenibile, terminata solo nel febbraio dell’anno scorso.

Da allora il pakistano vive lontano dalla famiglia e per l’avvocato difensore Sala è iniziato un non facile lavoro sul suo assistito, con l’aiuto dei servizi sociali.

Dalle scuse al risarcimento-danni alla moglie. «Il mio assistito necessita di essere pienamente inserito in un progetto di recupero attraverso un’associazione di settore – spiega alla Gazzetta l’avvocatessa Sala – affinché comprenda fino in fondo gli errori commessi in famiglia. Deve trovare un suo equilibrio». —

T.S.

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