La minore: «Abusi e frustate» Chiesti otto anni per il patrigno
La pm: «Non merita attenuanti». La parte civile: «Il coraggio di denunciare» La difesa: «Racconti fasulli perché odiava la madre». Mercoledì la sentenza
Tiziano Soresina
reggio emilia. I fatti, gravissimi, per la pm Maria Rita Pantani si sarebbero interrotti in quella famiglia 12 anni fa, ma solamente ieri il processo – passato tempo fa attraverso una sofferta e lunga udienza preliminare con relativo rinvio a giudizio – si è instradato in dibattimento verso la sentenza di primo grado davanti al collegio giudicante presieduto da Giovanni Ghini.
Questa vicenda giudiziaria si era infatti “impantanata” a monte – e per anni – fra diverse interpretazioni in punta di diritto soprattutto sul ruolo svolto dall’imputato 36enne, tuttora latitante. Una storia di estrema sofferenza secondo l’accusa, perché il patrigno avrebbe non solo abusato sessualmente della figlia della compagna (da quando aveva 8 anni sino ai 14-15 anni d’età), ma sarebbe arrivato a maltrattarla percuotendola con una frusta e un caricabatterie. Tutto ciò viene inquadrato dall’accusa sino al 2009, tre anni dopo la denuncia da parte della ragazza 18enne. La pm Pantani, nella requisitoria, rimarca come nell’incidente probatorio (in forma protetta) fosse emerso il terrore con cui l’allora 19enne vivesse ancora sia le botte subite, sia le violenze sessuali da parte del patrigno quando la madre non era in casa o dormiva. In quell’interrogatorio – ha proseguito il magistrato – era uscita la figura di una madre che non credeva alla figlia («Perché troppo innamorata dell’imputato») e non la tutelava, ma anche le preoccupazioni della minore per la sorellina (figlia naturale del patrigno). Ritenendo non concedibili le attenuanti generiche, viene chiesta una condanna a 8 anni di reclusione. A seguire l’avvocatessa di parte civile Valeria Miari che spiega come la sua assistita, per il coraggio avuto di denunciare il patrigno, ha perso tutto («La madre è in Norvegia e non vuole più saperne di lei e non ha rapporti nemmeno con la sorella che lei voleva proteggere») e il legale non può dimenticare come la ragazza fosse spaventata quando ha testimoniato, perché non voleva vedere quell’uomo presente in aula («Per proteggerla sono andata alla ricerca spasmodica per tutto il tribunale di un paravento»). L’avvocatessa Miari entra nei dettagli degli atti sessuali subiti dalla ragazzina e raccontati nell’incidente probatorio «senza enfasi, anche perché per lei era difficile parlare di quanto accadutole». Per i danni psicologici subiti chiesta una provvisionale ed essendo l’imputato latitante, la parte civile non esclude un ricorso al fondo per le vittime di reati violenti.
Infine la difesa che ritiene contradditori i racconti della ragazza («Non vi sono riscontri, nessun testimone li ha confermati») e già prescritta l’accusa di maltrattamenti. «C’è un movente – rimarca l’avvocatessa Raffaella Pellini – cioè l’odio per la madre che era tornata a vivere con l’imputato e porta la figlia a dire il falso. L’imputato va assolto». Mercoledì prossimo repliche e sentenza. —
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