Unindustria, allarme sulle materie prime «Prezzi alle stelle e carenza di forniture»
Gli industriali accendono i riflettori su rincari e difficoltà di approvvigionamento: «Si rischia il fermo della produzione»
Luciano Salsi
REGGIO EMILIA. Per un non addetto ai lavori ripresa è la parola magica che rischiara l'orizzonte e scalda il cuore, dopo i lunghi mesi del confinamento e della caduta a picco delle attività produttive. Per chi è schierato nella prima linea della competizione economica globale è l’inizio di una nuova e più aspra battaglia, che mette a dura prova la tenuta delle aziende. Il terreno di scontro è il mercato delle materie prime, il cui prezzo è schizzato all’insù non solo per l’aumento della domanda, ma anche a causa della speculazione da parte di chi le controlla in un regime di sostanziale monopolio. Unindustria Reggio Emilia lancia l’allarme: «Il rincaro delle materie prime sta diventando insostenibile per le imprese. Siamo in presenza non solo di forti variazioni di prezzo, ma anche di una sostanziale insufficienza dell’offerta». I dati elaborati dal Centro Studi nazionale di Confindustria evidenziano aumenti a due cifre dei listini internazionali dei metalli, dei generi alimentari, delle materie plastiche e del legno, oltre che del petrolio.
L’industria manifatturiera italiana non riesce a scaricarli sui prezzi dei semilavorati e dei prodotti finiti poiché, a differenza di altri Paesi, qui la domanda interna è ancora molto scarsa, sia sul fronte dei beni di consumo che di quelli d’investimento.
È una strettoia che s’era già manifestata negli ultimi mesi del 2020 e si sta accentuando quest’anno. «Perciò – sottolinea Unindustria – molti dei nostri settori industriali potrebbero trovarsi a fronteggiare nel 2021 una pressione al ribasso sui margini di guadagno. Oltre ai costi le aziende reggiane lamentano anche difficoltà di approvvigionamento su materiali come acciaio, rame, alluminio, polimeri, semiconduttori, materiali isolanti e componentistica. Il problema è trasversale a tutti i comparti del manifatturiero, meccatronica, materie plastiche, chimica e costruzioni, e rischia di avere pesanti ripercussioni sull’attività delle imprese e comportare problemi anche per i consumatori».
Il fatto è che le materie prime vengono accaparrate dalle nazioni che si stanno riprendendo più rapidamente e quindi s’allungano sensibilmente i tempi della loro fornitura. «Il rischio – rilevano gli industriali reggiani – è quello di vedere un rallentamento o, nella peggiore delle ipotesi, anche un fermo della produzione. Inoltre da alcuni mesi si registrano forti incrementi dei noli marittimi, a riflesso di una generalizzata carenza di container a livello internazionale».
Il rincaro generalizzato incide meno sul petrolio, che non ha neppure recuperato in pieno il prezzo anteriore allo scoppio della pandemia, mentre sono ben al di sopra altre materie, in particolare i metalli, tra cui spicca il rame con un più 40%.
«Per supportare le imprese associate – spiega Fabio Storchi, presidente di Unindustria – abbiamo attivato un nuovo servizio finalizzato al monitoraggio e all’analisi dei prezzi di oltre 400 commodity tra materie prime e semilavorati, uno strumento di benchmark che consente una valutazione oggettiva dei propri acquisti. La tematica è presidiata anche a livello nazionale da Confindustria con un’attività di confronto con il Governo Italiano e la Commissione Europea». Fra gli imprenditori i più penalizzati sono i subfornitori, ai quali spetta la trasformazione delle materie prime in semilavorati da consegnare alle aziende maggiori. È il caso di Livio Baccilieri, titolare di Cmc (Costruzioni meccaniche Correggio), che ha fra i principali clienti la Landini di Fabbrico, ora Argo Tractors.
«Acquistiamo dai centri di servizio – spiega l'industriale – lamiere d'acciaio che fino allo scorso mese d'ottobre costavano 50 centesimi al chilogrammo e ora sono salite a 1,3 euro. È un aumento superiore al 100 per cento che non riusciamo a ribaltare sul prezzo di vendita. I clienti ci riconoscono solo dal 5 al 10 per cento in più. Questo divario ci mette in grossa difficoltà. Per giunta gli ordinativi ci vengono consegnati in ritardo, dopo sei mesi. In quanto ai pagamenti, il centro servizi esige che li facciamo entro 60 giorni, mentre noi incassiamo dopo 120». A suo parere il settore metalmeccanico è il più colpito: «Il nostro acciaio – osserva Baccilieri – viene perlopiù da ArcelorMittal, che approfittando della sua condizione di monopolio s’è permessa l’anno scorso di chiudere altiforni mentre la domanda cresceva. La politica sembra disinteressarsene, mentre si dovrebbero almeno abbassare i dazi per consentirci di comperare altrove». —
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