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un piccolo giallo 

Stupore nel paese reggiano «Qui non ne sapevamo nulla»

Stupore nel paese reggiano «Qui non ne sapevamo nulla»

Il sindaco Artioli: «Una notizia del tutto inaspettata». Anche  l’imam di Reggio non ne sa nulla  «A Campegine non ci sono né moschee, né centri islamici»

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CAMPEGINE. Nemmeno cinquemila abitanti, un paese tranquillo della provincia reggiana, protagonista, per una volta, delle cronache nazionali. La notizia del matrimonio con rito islamico di Silvia “Aisha” Romano – la cooperante rapita e rimasta nella mani di Al-Shabab per cinquecento giorni – con un cittadino campeginese, anche se d’adozione, Paolo P., di origini sarde è arrivata come un lampo a ciel sereno.

Perché in paese nessuno è venuto a conoscenza di queste nozze, che probabilmente la famiglia Romano e quella dello sposo hanno fatto di tutto per tenere riservate.

E nemmeno il sindaco Germano Artioli in quei giorni di ottobre dell’anno scorso si è accorto di nulla. «Cado dalle nuvole – ammette – ho letto sul giornale la notizia, ma sul serio non ne sapevo nulla. Mi fa comunque piacere che la brutta avventura della ragazza sia finita bene».

Ma dove si sono sposati, con rito islamico, Silvia Aisha e Paolo?

Il fatto è che a Campegine non ci sono né moschee, né centri islamici, come conferma l’imam Karim di Reggio Emilia: «Di questo matrimonio anche noi non ne abbiamo saputo nulla – afferma –. Comunque, nel Reggiano ci sono ventidue tra centri islamici e moschee, ma nessuno a Campegine».

E dire che per convolare a nozze Aisha e Paolo hanno comunque avuto la necessità di un luogo di culto e di un imam. Un piccolo giallo, quello del matrimonio della ex cooperante milanese, che dopo le nozze ha scelto un vita appartata e fuori da ogni clamore. —

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