Sequestrati al prestanome della cosca conti e immobili per oltre un milione
Sigilli a proprietà e aziende dell’imprenditore Carmine Bramante, ritenuto fiancheggiatore della ’ndrangheta emiliana
Leonardo Grilli
reggio emilia. In ventidue anni avrebbe accumulato e gestito beni e somme di denaro per conto della ’ndrangheta, fiancheggiando la cosca attiva a Reggio e in Emilia in qualità di prestanome e restando «sempre a disposizione» anche dopo gli arresti dei membri del clan occupandosi, ad esempio, anche «del pagamento degli avvocati».
Questi alcuni degli elementi ricostruiti dagli investigatori della polizia di Stato e della guardia di finanza che ieri, a conclusione di una vasta operazione congiunta, hanno sequestrato immobili, conti correnti e proprietà per un valore totale di circa un milione di euro a Carmine Bramante, imprenditore 43enne originario di Crotone ma da sempre attivo e residente in città e nel Reggiano.
Le indagini hanno preso spunto dall’inchiesta Aemilia contro le infiltrazioni mafiose in provincia.
Inchiesta con cui gli inquirenti hanno dimostrato quello che ormai è un dato di fatto, confermato anche dalle sentenze giudiziarie: la capacità della ’ndrangheta emiliana di infiltrarsi nell’economia locale, nazionale ed estera, oltre al sistematico ricorso di prestanome da parte dei vertici del clan per cercare di eludere sequestri e controlli fiscali.
È in questo contesto che secondo gli investigatori si inserisce la figura di Bramante che, proprio durante il processo Aemilia, patteggiò un anno e sei mesi (pena sospesa) in udienza preliminare a Bologna per intestazione fittizia di beni.
L’anno scorso poi, su decisione del questore Giuseppe Ferrari, la Divisione anticrimine della polizia e la Finanza hanno iniziato a indagare sul 43enne ricostruendo, in circa sette mesi di approfondimenti, 22 anni di vita dell’imprenditore e della sua famiglia.
E dimostrando, spiegano gli investigatori, «che i redditi percepiti dalle attività non erano in alcun modo sufficienti a giustificare il tenore di vita e le proprietà acquisite nel corso degli anni» da Bramante.
Durante le indagini sono state analizzate scrupolosamente anche le numerose transazioni bancarie eseguite dall’uomo, così da distinguere quelle rientranti nella normale dinamica imprenditoriale e quelle che invece avevano come scopo reale lo storno di cifre e l’acquisto di proprietà per conto di esponenti ’ndranghetisti.
Le indagini patrimoniali hanno però permesso, spiega la questura, «di documentare che il contributo consapevole» di Bramante «in seno alla ’ndrangheta era continuato anche in anni più recenti e riguardava altri beni, oltre quelli individuati in Aemilia». Il 43enne, infatti, «aveva cercato di portare avanti anche alcune attività imprenditoriali di figure di vertice come Palmo Vertinelli, di cui è peraltro stretto congiunto, occupandosi di curare in prima persona specifici interessi dello stesso come, per esempio, pagare le parcelle dei difensori».
Inoltre, e sempre con lo scopo di creare quante più barriere possibili fra i reali proprietari dei beni e gli intestatari, il 43enne aveva a sua volta «alienato ad altri compiacenti prestanome un appartamento attraverso un atto di compravendita».
Raccolti sufficienti elementi contro di lui, la questura ha inoltrato al tribunale di Bologna, sezione misure di prevenzione, la richiesta di sequestro urgente poi accolta dai magistrati. Quindi, all’alba di ieri, sono scattate le perquisizioni e i sequestri veri e propri in cinque diverse località della provincia reggiana.
Decine di poliziotti e militari delle Fiamme gialle, seguiti dalla Scientifica che ha documentato tutta l’operazione, hanno tolto dalla disponibilità di Bramante e della sua famiglia un piccolo tesoretto. Un totale di nove immobili in diversi Comuni reggiani, alcuni terreni annessi, aziende attive nel settore dell’edilizia e automobili per un valore complessivo di oltre un milione di euro.
Sequestrato anche un conto corrente che custodiva la somma di 120mila euro. —
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