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Bellini, Gioè e la strage di Capaci «Così mi infiltrai in Cosa Nostra»

Evaristo Sparvieri
Bellini, Gioè e la strage di Capaci «Così mi infiltrai in Cosa Nostra»

La Primula Nera reggiana e la trattativa Stato–Mafia avviata dopo la morte di Giovanni Falcone

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REGGIO EMILIA. «Io mi sono infiltrato in Cosa Nostra, è un concetto ben diverso “volere” e “riuscirci”. Io c’ero e ben piazzato». E poi: «Quella schifezza... guardi, sarò molto più breve, perché se mi si alza troppo la pressione potrei rischiare un infarto. Allora con calma, un attimo che mi tranquillizzo, nasce dal fatto delle stragi di Falcone e Borsellino. Dopo Borsellino io decido, avendo forse una possibilità che secondo me era fattibile, d’infiltrarmi in Cosa Nostra». È il gennaio 2020. A parlare è Paolo Bellini, la Primula Nera reggiana ed ex Avanguardia Nazionale, imputato nel processo mandanti per la strage di Bologna.

Le parole sono tratte da una deposizione che ha reso nelle vesti di testimone al processo ’Ndrangheta Stragista, dove Bellini ha ricondotto alla strage di Capaci – di cui oggi si celebrano i 29 anni, in cui persero la vita il giudice il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro – e alla strage di via D’Amelio – che costò la vita a Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta – la decisione di infiltrarsi in Cosa Nostra, avviando la seconda trattativa sulle opere d’arte. Un racconto che lo stesso Bellini aveva reso anche in precedenza in altre sedi giudiziario, sostenendo di essere «schifato» dalle stragi di Capaci e via D’Amelio. E riconducendo la sua decisione di infiltrarsi all’impressione che gli fecero i due attentati contro Falcone e Borsellino: un’infiltrazione riconosciuta anche dal boss Totò Riina, che – come già noto – affermò che «questo Bellini me lo trovo in mezzo ai piedi». La figura di contatto fra Bellini e Cosa Nostra era stata Antonino Gioè, boss di Altofonte fra i responsabili proprio della strage di Capaci, conosciuto nel 1981 nel carcere di Sciacca. Gioè venne poi trovato suicida in carcere a Rebibbia in circostanze misteriose nel 1993, lasciando una lettera in cui anche c’è un riferimento alla Primula Nera.

Vicende su cui si sono accesi i riflettori, seppur marginalmente, anche nell’interrogatorio dell’ex moglie di Bellini, nel 2019, nell’ambito dell’inchiesta mandanti sulla strage di Bologna, quando la donna ha riferito che Bellini «lavorava per lo Stato», proprio in relazione alla seconda trattativa sulle opere d’arte. L’infiltrazione in Cosa Nostra, inoltre, è stata oggetto anche dell’ultima udienza del processo mandanti, dove a deporre come testimone è stato Agostino Vallorani, antiquario, condannato per reati contro il patrimonio, vecchia conoscenza della Primula Nera, in passato coinvolto nella cosiddetta “banda Baroncini”.

Vallorani ha spiegato, senza riferimenti temporali precisi, di aver conosciuto Bellini tra fine anni ’70 e primi anni ’80, quando la Primula Nera si faceva chiamare Roberto Da Silva. Ed è tramite Vallorani che nel 1992 Bellini entrò in contatto con il maresciallo Roberto Tempesta, all’epoca nel Nucleo tutela patrimonio artistico dei carabinieri, con il quale avviò la collaborazione per recuperare le opere d’arte rubate oggetto della trattativa. —

Evaristo Sparvieri

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