«Bonini? Per anni un informatore» Sapeva tutto della malavita»
Testimonianze del carabiniere imputato e di un ex poliziotto: «Ci ha fatto fare grandi operazioni»
Francesco Dondi
CASALGRANDE. Il dubbio con cui ci si era lasciati all’ultima udienza è stato sciolto ieri, in un udienza traslocata a metà mattina, dopo le richieste di avvocati e pm, di avere un luogo più ampio e arieggiato, visto il numero di presenze in aula: Adamo Bonini – è emerso nel processo modenese “Intoccabili” incentrata su un giro di usura ed estorsioni e sulla figura di Rocco Ambrisi, 45enne di origini modenesi ma residente a Castellarano – è stato per anni un valido informatore di “tutte” le forze dell’ordine.
«È nato in un quartiere dove c’era malavita e lui conosce tante cose di quel mondo», ha ammesso un ex poliziotto del Commissariato.
Ma è stata soprattutto la deposizione di un carabiniere, imputato nel processo “Intoccabili” a delineare il ruolo dell’imprenditore, proprietario di pizzerie in città. «Me l’hanno presentato nel 1992 – ha raccontato il brigadiere, difeso dagli avvocati Cosimo Zaccaria e Marco Pellegrini – Era un personaggio che poteva dare informazioni molto utili alle indagini e sono diverse le operazioni che siamo riusciti a completare grazie alle confidenze di Bonini».
Il pubblico ministero Marco Niccolini chiede cosa si intenda per informatore, essendo un ruolo non istituzionalizzato e il brigadiere replica con forza: «Dottore, ma lo devo spiegare a lei? – dice quasi stupito dal quesito su una figura determinante per chi fa l’investigatore di professione – Comunque con Bonini c’era un certo tipo di rapporto, nel tempo si è creata la giusta confidenza che è poi diventata anche amicizia. Non scordiamo che in quegli anni era una persona incensurata, ci andavo anche a cena, mica come con Sergio Ambrisi (il fratello di Rocco, ndr) che era sì un informatore ma aveva precedenti...».
Proprio quella confidenza, stando alle contestazioni mosse dalla Procura, avrebbe di fatto trasformato il brigadiere dei carabinieri in un soggetto al servizio di Bonini, che provvedeva anche a pagarlo.
Sono tre gli episodi riemersi: l’interessamento per l’auto della moglie di Bonini, bloccata senza revisione («Chiesi se era possibile andare l’indomani pagare la multa, evitando la spedizione postale, che richiede più tempo»); alcuni prestiti e l’interessamento post-perquisizione in cui emerse l’indagine Intoccabili.
«I prestiti me li ha fatti ma ho sempre restituito tutte le somme. Mi pagò una rata del mutuo, ma perché in quel momento si trovava in banca; mi diede 2.600 euro dopo la morte di mio padre: “paga il funerale”, disse. Glieli ho ridati facendo tre prelievi dal mio conto: ci sono le prove documentali; un suo collaboratore mi anticipò 200 euro per pagare la riparazione dell’auto di un mio superiore, ma penso gli siano stati restituiti».
Si torna infine sul ritrovamento di una microspia sull’auto di Bonini. «Me la fece vedere, io sapevo cos’era ma gli dissi che forse era stata la moglie che sospettava di un tradimento. Non eravamo noi ad indagare anche se avevo capito che era sottoposto ad un’inchiesta. Lui manifestava idee autolesionistiche subito dopo la perquisizione di polizia e Finanza, per quello chiamai il pubblico ministero Giuseppe Tibis e ci vedemmo tutti e tre. Non c’era alcun interesse ad avere informazioni riservate, addirittura fu mia premura continuare ad avere rapporti con Bonini per evitare che lui fuggisse: poi mi avrebbero magari contestato il favoreggiamento. Perché dovete sapere – dice il brigadiere ai giudici – che mi contestano di essere stato corrotto da Bonini ma la mia casa non è stata mai perquisita. Mi controllano i conti e non vengono a casa dove potevo custodire i soldi del mio presunto corruttore.». —
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