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«Dietro al pestaggio in carcere un favore tra famiglie mafiose»

Leonardo Grilli
«Dietro al pestaggio in carcere un favore tra famiglie mafiose»

In aula il pentito Giuseppe Giglio rivela particolari sull’aggressione alla Dozza ai danni dello “spesino”

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Leonardo Grilli

reggio emilia. Il pestaggio dello lo “spesino” Francesco Madonna all’interno del carcere bolognese della Dozza è nato da «una mancanza di rispetto» del giovane e da uno «scambio di favori» fra le cosche calabresi e campane.

A raccontarlo è il pentito Giuseppe Giglio che, ieri mattina in Corte d’Assise, ha parlato per diverse ore nell’ambito di un processo che vede imputato Gianluigi Sarcone e Sergio Bolognino, nomi di spicco legati ad Aemilia,e i due campani Enrico Palummo e Mario Temperato, considerati dalla Dda di Bologna vicini alla camorra e autori del pestaggio su richiesta degli stessi Sarcone e Bolognino.

Una circostanza che è confermata dallo stesso Giglio, in videocollegamento con il tribunale da una località protetta. I fatti, secondo le ricostruzioni, risalgono al marzo 2015 all’interno del carcere bolognese della Dozza. «Tutto è avvenuto in carcere – conferma Giglio, iniziando il suo racconto – e io, Sarcone e Bolognino eravamo in sezione e stavamo passeggiando. Eravamo partiti dalla cancellata e stavamo andando verso le docce quando, arrivati in fondo, ho fatto per girarmi e tornare indietro».

Ma in quel momento, prosegue il pentito rispondendo alle domande del sostituto procuratore Beatrice Ronchi, «Sarcone e Bolognino mi hanno detto di fermarmi in quanto Mario (Temperato, ndr) con suo nipote (Enrico Palummo, ndr) si stavano occupando del ragazzo della spesa. C’erano due persone fuori dalla cella, sono entrati e lo hanno picchiato, poi chiesi il perché e mi dissero che era colpa di una mancanza fatta ai calabresi».

Quando poi i due campani sono usciti dalla cella “lo spesino” (cioè colui che si occupa della spesa tra i detenuti) aveva diverse lesioni sul viso. Un altro passaggio toccato durante la testimonianza di Giglio è stata la circostanza, raccontata nell’udienza del 24 marzo di quest’anno dal tenente colonnello del Ros dei carabinieri, Goffredo Rossi, secondo cui «nelle note di servizio dei giorni successivi al pestaggio, lo “spesino” non partecipava più ai momenti di socialità. Dal 15 al 18 e altri giorni successivi è rimasto in cella mentre gli imputati invece partecipavano a questi momenti».

Segno, per l’accusa che contesta violenza privata e lesioni, che il pestaggio c’era stato. «Dopo il pestaggio ho rivisto quel ragazzo solo un paio di volte – ha confermato ieri anche Giglio – e aveva graffi e diversi lividi sul viso».

Il pentito si è poi concentrato sulle dinamiche all’interno del mondo mafioso e sul perché quell’aggressione sia stata eseguita da altri e non direttamente da chi avrebbe ricevuto il “torno”, ovvero Sarcone e Bolognino. «Da noi si usa fare così anche nelle famiglie normale, quando un figlio fa un torto si va dal padre ed è poi il papà stesso a provvedere per dargli una lezione».

Lo stesso meccanismo «avviene nella famiglia mafiosa – prosegue Giglio – e si fa per educazione e rispetto. Visto che c’era una persona più anziana, ovvero Mario, appartenente alla stessa famiglia dello spesino si sono rivolti a lui per dare una lezione al ragazzo». Interrogato sul tipo di legami tra cosche, il collaboratore di giustizia ha poi precisato: «Il ragazzo della spesa era della famiglia mafiosa degli Schiavone, la stessa di Mario ed Enrico, e veniva gestito da loro. Sarcone si è quindi rivolto a Mario, essendo lui della famiglia Schiavone, dicendo che il ragazzo aveva fatto dei torti e che il torto andava sistemato».

Di che tipo di affronto si fosse “macchiato” lo spesino, però, Giglio ha ribadito più volte di «non ricordarlo» e che gli stessi Sarcone e Bolognino non gliel’avevano rivelato, mantenendosi sul generico “torto”. Su che tipo di relazione intercorresse fra i calabresi e i campani, invece, il pentito chiarisce: «Bolognino mi disse che se mi fosse servita qualsiasi cosa, dalla droga al cellulare, era Mario a occuparsi di tutto». —

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