«Agazzani mi mostrò il suo testamento ma poi della busta non ci fu più traccia»
Toccante testimonianza dell’85enne Corradini: «Voleva che rimanesse in bella vista nel caso gli fosse successo qualcosa»
Tiziano Soresina
reggio emilia. Il processo – avviatosi ieri – vuole fare chiarezza sui due testamenti lasciati dal critico d’arte Alberto Agazzani (morto il 16 novembre 2015 ) e che hanno spinto la pm Maria Rita Pantani ad accusare l’ex leghista guastallese 47enne Marco Lusetti (difeso dall’avvocatessa Erica Romani) di falsità universale in testamento olografo e truffa.
Ma ieri le lacrime, i turbamenti e le parole affettuose delle prime due testimoni sentite hanno soprattutto fatto capire quale vuoto abbia lasciato l’intellettuale reggiano.
Fa tenerezza la deposizione di Emilia Corradini, 85 anni, che si definisce «una madrina per Alberto, era come un figlio per me, lo aiutavo nelle faccende domestiche».
Ha una memoria notevole e ricorda perfettamente di aver visto in casa di Agazzani una busta bianca riportante una scritta a mano, con stilografica blu, dal titolo inequivocabile: “Il mio testamento”. Emilia rammenta tutto: «Quella busta la vidi per la prima volta quando Alberto abitava nell’appartamento vicino alla stazione – racconta – poi quando si era trasferito nella casa di via Farini sempre quella lettera era sul tavolo rotondo in cucina. La scritta si era però sbavata, probabilmente i gatti vi avevano rovesciato sopra dell’acqua. Mesi prima dell’incidente (avvenuto il 23 luglio 2015, ndr) quella busta però non c’era più in giro». La pm Pantani le chiede se ne aveva mai parlato con il critico d’arte di quel testamento: «Sì e voleva che lo lasciassi in bella vista e mi disse: “Così se mi succede qualcosa i miei amici sanno cosa fare”. E del testamento – aggiunge – ne risentii parlare dopo la sua morte, durante una riunione in città nella bella villa di una signora. Erano presenti diversi amici di Alberto e quando venne detto che c’erano due testamenti, con il secondo in favore di Lusetti, in tanti si meravigliarono perché sapevano dell’altro testamento (l’allusione è a quello con l’amico storico Carlo Malvolti come unico erede, ndr)». Alla teste viene chiesto – dall’accusa e dalla difesa – di riconoscere la calligrafia di Agazzani: «Assomigliano ma non ne sono sicura, dovrei confrontare queste scritture con le dediche che mi fece dietro ai due quadri che mi regalò e con alcuni suoi appunti che ho conservato». Estrae da una tasca un foglio con le dediche sui quadri che ha trascritto per leggerle in aula. Sono frasi toccanti per la «seconda mamma», piene di affetto e riconoscenza. Si sono voluti davvero un gran bene.
Molto più tesa la testimonianza precedente, in cui Laura Barchi – un passato in politica a San Martino in Rio e moglie dell’ex sindaco correggese Claudio Ferrari – fatica moltissimo a mettere a fuoco diverse vicende richieste dalla pm Pantani con domande a tamburo battente sotto gli occhi dell’imputato seduto in prima fila con a fianco il proprio legale.
Questa teste – verrà fuori durante la deposizione – viene sentita perché lei stessa aveva telefonato in Procura anni fa dicendo che aveva delle dichiarazioni da fare: «Sì, mi decisi, dopo aver letto sul giornale che gli amici sapevano del testamento a favore di Lusetti, mentre si sapeva solo delle volontà testamentarie per Malvolti». Dopo una serie di «Non ricordo» ed un teso duello con la pm Pantani, la testimone spiega: «La morte di Alberto è stata per me uno shock, ho come il vuoto in testa. Quello che ho dichiarato in Procura nel 2016 è senz’altro vero, ora invece non ricordo». Poche parole sull’imputato: «Lusetti l’ho visto pochissimo e l’avevo conosciuto nel pomeriggio della morte di Alberto». Sofferta la descrizione dell’amico morto: «Dopo l’incidente era cambiato tantissimo: fragile, emotivo, confuso. Aveva perso fiducia nelle sue capacità». —
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