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Confiscati beni per due milioni a un pregiudicato di Aemilia

Ambra Prati
Confiscati beni per due milioni a un pregiudicato di Aemilia

Diventa definitivo il sequestro a carico del 53enne imprenditore cutrese Salvatore Cappa

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Ambra Prati

REGGIO EMILIA. È diventato definitivo, trasformandosi in confisca, il sequestro preventivo di beni mobili e immobili per un valore di 2 milioni di euro a carico di Salvatore Cappa, 53 anni, l’imprenditore edile cutrese coinvolto in Aemilia ora in carcere a Oristano, dove deve scontare la condanna di Aemilia a nove anni e quattro mesi di reclusione – per associazione a delinquere di stampo mafioso nonché per i reati fine di estorsione e reimpiego di denaro o beni di provenienza illecita con l’aggravante del metodo mafioso – divenuta definitiva nell’ottobre 2018. Con il provvedimento di confisca dei beni è stata confermata in automatico l’applicazione della misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza per la durata di cinque anni, che però si applicherà quando il recluso uscirà dal carcere.

La confisca eseguita ora dalla Direzione Investigativa Antimafia di Bologna scaturisce dalla misura di prevenzione patrimoniale scattata nel novembre 2017 e diventata definitiva a fine maggio scorso, quando la Cassazione ha respinto il ricorso che era stato presentato da Cappa e dalla moglie Caterina Gaetano, 46 anni.

L’avvocato dei coniugi, Fausto Bruzzese, ha sostenuto la nullità del decreto in base a una serie di opposizioni, ma il ricorso è stato dichiarato inammissibile su tutti i fronti, confermando la provenienza illecita delle proprietà intestate alla coppia.

Il provvedimento irrevocabile riguarda conti correnti, veicoli (un quadriciclo Laverda e una Fiat), il 95% delle quote della società FFT Global Service Srl e quattro immobili: tra questi dei capannoni e la villetta a schiera ad Arcole, nel veronese, dove la famiglia si è trasferita dopo il maxiprocesso.

Escluso invece dalla confisca, perché non è stata provata la riconducibilità all’imprenditore edile, l’unico immobile reggiano: un appartamento di tipo economico con autorimessa in via Salvemini, a Santa Croce, intestato a un terzo soggetto, nato in Francia ma residente in Italia, che secondo le indagini della Procura sarebbe stato un prestanome inesistente.

La tattica della Dia di aggredire i patrimoni degli affiliati alla cosca autonoma emiliana di ‘ndrangheta legata ai Grande Aracri di Cutro è ormai consolidata e nel corso dei prossimi due anni dovrebbe tornare allo Stato un vero e proprio tesoretto, che potrebbe essere reclamato da enti locali o associazioni per un riuso sociale. L’ultimo sequestro giunto a confisca in ordine di tempo ha riguardato, per 10 milioni di euro, Antonio Muto, 66 anni; risalente all’ottobre 2019, il provvedimento è scattato nel dicembre 2020, sorpassando altri casi più datati grazie alla riforma del Codice Antimafia, che ha accorpato le competenze nel tribunale distrettuale di Bologna velocizzando l’iter.

Al contrario non hanno raggiunto il traguardo definitivo le misure patrimoniali concernenti Francesco Falbo e Giuseppe Pallone, coinvolti nell’affare Sorbolo, una delle principali operazioni immobiliari della consorteria criminale. La lottizzazione nel Comune parmense, per un valore di oltre 20 milioni di euro, per gli inquirenti è stata frutto del riciclaggio di un fiume di denaro proveniente dalla cosca di Cutro e dalle attività emiliane; un affare nel quale Cappa ha svolto un ruolo fondamentale di raccordo tra Cutro e Reggio.

Appena due settimane fa ai guai di Cappa si è aggiunta l’operazione “Isola orobica”, condotta dalla Dda di Catanzaro contro la cellula bergamasca della cosca Arena di Isola Capo Rizzuto: un’ordinanza di custodia cautelare è stata notificata al detenuto, i domiciliari nel veronese alla moglie.

In quel filone i coniugi sono accusati di riciclaggio, autoriciclaggio e intestazione fittizia di beni con l’aggravante del metodo mafioso. —

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