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«Si ricompone un puzzle terribile La speranza via via diventa più flebile»

Miriam Figliuolo
«Si ricompone un puzzle terribile La speranza via via diventa più flebile»

La sindaca Carletti difende i servizi sociali e parla dei media «Gli attacchi politici? Temo per la sorte di altre Saman»

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Miriam Figliuolo

NOVELLARA. Da oltre una settimana il paese è stato stravolto dalla notizia della scomparsa di Saman Abbas, con il fondato sospetto che la giovane 18enne pakistana sia rimasta vittima di un omicidio, e dall’attenzione mediatica che questo ha comportato. «È comprensibile. Le difficoltà ci sono, soprattutto per l’azienda agricola dove viveva la famiglia di Saman. Ma i fatti che si ipotizzano sono di una gravità assoluta», dice la sindaca Elena Carletti, mentre i carabinieri continuano a cercare il corpo della ragazza. E ammette le difficoltà di una «gestione straordinaria» delle incombenze quotidiane, e teme le conseguenze di un’arena politica che si infiamma e «non aiuta». Sulla sorte di Saman dice: «La speranza, purtroppo, si affievolisce...».

Cosa pensa degli ultimi sviluppi dell’inchiesta?

«Giorno dopo giorno si sta componendo un mosaico estremamente inquietante. La speranza resta, ma si fa via via più flebile. Se ne aveva già la percezione con la sparizione dell’intera famiglia. I pezzi di questo mosaico che stanno emergendo ci fanno temere sempre più per le sorti della ragazza».

Quando vi siete accorti delle ricerche in corso dei carabinieri?

«Io sono stata informata quasi subito; il 6, 7 maggio (la sparizione degli Abbas e di Saman è stata accertata il 5 maggio, ndr) mi hanno messa al corrente dell’avvio degli approfondimenti e delle ricerche. La comunità ha avuto sentore qualche tempo dopo con i sopralluoghi dei carabinieri con i cani molecolari. La notizia, poi, è emersa circa due settimane dopo (il 25 maggio i primi articoli sui media locali, ndr). Penso che nel mezzo ci siano stati giorni importanti perché hanno dato la possibilità agli inquirenti di lavorare in un clima in cui la notizia non era ancora esplosa».

A proposito di questo come state vivendo l’attenzione dei media?

«Devo dire che per noi è del tutto inedito. Finora io ero abituata a tenere rapporti con i giornalisti locali, che conosco e di cui comprendo le dinamiche lavorative. L’arrivo dei media nazionali ha sconvolto la gestione del quotidiano, sia del Comune che, soprattutto, dell’azienda dove lavoravano gli Abbas. La mia attività ordinaria è saltata. E l’azienda sta vivendo giorni molto complicati: è un luogo di lavoro e commercio e questo è il periodo di attività più frenetica con l’avvio del raccolto. Capisco il loro disagio. Anche se comprendo l’interesse. I fatti che si ipotizzano sono di una gravità assoluta».

Per l’azienda un disagio iniziato con la sparizione di tutti i braccianti. Quante persone le risultano?

«La cerchia ristretta dei famigliari degli Abbas. Il padre, la madre di Saman, lo zio e i due cugini».

Siete stati fatti oggetto anche di attacchi politici. Cosa dice di questo?

«Non ho avuto tempo se non di leggere alcuni titoli. È evidente che, purtroppo, questi sono temi che si prestano all’agone politico. Ma l’agone politico non aiuta, né la causa e né la riflessione, che, necessariamente, deve accompagnare quanto sta emergendo. Potrebbero esserci in questo momento altre persone che stanno vivendo le stesse dinamiche vissute da Saman. E temo che il dibattito politico possa avere conseguenze negative, per esempio, su chi si trova a maturare una scelta difficile, come può essere il rifiuto e la denuncia di imposizioni fatte dalla propria famiglia. Una cosa poi vorrei chiarire sulla fiaccolata di venerdì scorso».

Quale?

«Ho letto considerazioni dure in proposito. Ma quella non era una piazza politica. Ho ricevuto solidarietà e sostegno anche da molti sindaci espressione di un orientamento ben più ampio del solo centro sinistra».

Gli attacchi riguardano anche i servizi sociali. Come valuta il loro operato?

«Penso che nel caso di Saman abbiano fatto tutto quello che era possibile fare, secondo protocolli e norme. Il compimento della maggiore età della ragazza e la sua volontà, dimostrata e ribadita, di rientrare in famiglia ha posto loro dei limiti. Non possono agire in modo coercitivo, anche se in questi casi il diritto alla protezione arriva fino al 21esimo anno di età. Ma la ragazza ha rifiutato. Ci dovremmo, invece, chiedere come si può avere un’azione incisiva in una situazione di questo tipo. Critica chi non si è mai dovuto rivolgere ai servizi sociali e non ne conosce l’agire e i limiti. Al di là di questo se ci sarà qualcosa da valutare lo scopriremo quando si chiariranno le dinamiche. Prima di tutto cosa sia successo fra l’abbandono della comunità e il rientro di Saman in famiglia».

A tal proposito, come è stata scelta la comunità?

«Su questo sono tenuta al massimo riserbo, ma fa parte di una platea di strutture al quale i servizi sociali, che dal 2009 hanno dimensione unionale, fanno riferimento. Per Saman è stata attivata una procedura di protezione d’urgenza. Il tribunale dei minori di Bologna ha poi autorizzato il trasferimento nella struttura che ha dato la sua immediata disponibilità ad aiutarla». —

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