«Il padre veniva nel nostro centro ma quel video non è un funerale»
Bhatti: «I matrimoni forzati esistono, ma sono vietati dalla legge e dalla nostra religione. Da pakistano provo molta vergogna»
novellara. «Il padre sarà venuto un paio di volte nel nostro centro, non era una persona che era solita frequentarlo. Tutto quanto accaduto è molto triste. Anche quanto scritto per quel video che aveva postato sulla sua pagina Facebook: non era un funerale senza bara, lo confermo al 100mila per cento. Era semplicemente una cerimonia religiosa sciita. Durante le nostre celebrazioni sono previsti anche gesti autolesionistici, sono immagini forti, è vero, ma fa parte della nostra cultura. In questo caso, era la commemorazione della morte del 12esimo imam». A parlare è Hasnain Abbas Bhatti è uno dei referenti del centro culturale islamico sciita di Carpi (Modena) Madina Tul Ilm , che anche Shabbar Abbas ha frequentato.
I carabinieri ritengono che la giovane sia stata uccisa perché si era opposta a un matrimonio combinato, una tradizione quest’ultimo che ancora resiste nel vostro Paese.
«Ci sono tante persone che negano che esistano, ma purtroppo ci sono. Ma bisogna distinguere però tra matrimoni combinati e matrimoni forzati. Ci sono casi in cui c’è l’accordo di entrambi gli sposi e non c’è forzatura. Ma quando non è così, è vietato sia dalla legge che dalle norme religiose. Dispiace che invece ora quanto accaduto venga etichettato come qualcosa di legato alla religione musulmana: va condannato con forza. I matrimoni forzati sono legati alla mancanza di istruzione, all’ignoranza, ai contesti più rurali. Non è solo un fatto di cultura, ma sociale. Anche in certe parti d’Italia, come al Sud, esistono ancora questioni legate all’onore. Sono cose che vanno combattute ovunque, non solo dentro alle comunità, ma insieme italiani, stranieri, islamici. Anche nei servizi sociali è importante che ci siano persone che conoscono gli ambienti culturali, le nostre tradizioni. Che possano fare mediazione non solo linguistica, ma anche culturale».
Di fronte alle notizie che emergono su cosa potrebbe essere capitato a Saman, qual è il sentimento che prevale nella vostra comunità?
«Penso una forte vergogna. Perché io mi vergogno, se effettivamente tutto questo fosse davvero successo, di condividere la stessa nazionalità. È da condannare. Ho amici italiani che mi chiedono cosa ne penso, anche dei matrimoni combinati. Io no, non sono di questa idea».
C’è un problema di integrazione, rispetto a questo genere di tradizioni?
«Per quanto uno possa pensare all’integrazione, le divergenze ci sono. Soprattutto se si tratta di adulti venuti in Italia vent’anni fa, già formati. Può essere difficile adeguarsi alla cultura che trovano qua. Penso a mio padre che è in Italia da 30 anni, ma pensa di tornare nel proprio Paese. La dice lunga su come si sentono: ospiti, una persona ancora in transito. Fino a che i nostri genitori, i nostri adulti avranno un pensiero di questo tipo, resterà difficile. Io invece sono italiano e mi sento italiano». —
El.Pe.
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