«Grande Aracri totalmente non credibile»
La relazione dei pm della Dda di Catanzaro sul boss cutrese: «Tempistica sospetta della sua presunta collaborazione»
Ambra Prati
REGGIO EMILIA. «Una totale non credibilità del dichiarante». Così i pm Vincenzo Capomolla, Paolo Sirleo e Domenico Guarascio della Dda di Catanzaro, in una relazione firmata dal procuratore distrettuale Nicola Gratteri, bollano come finto il pentimento del boss Nicolino Grande Aracri. Come gli inquirenti sospettavano fin dall’inizio, l’intenzione di collaborare manifestata nel novembre scorso dal deus ex machina della ‘ndrangheta cutrese – che comandava su mezza Calabria con ramificazioni e ‘ndrine autonome ma a lui facenti capo in tutto il nord Italia (Emilia e Lombardia) – non è reale: semmai una mossa del boss in chiave difensiva, per tentare di difendere i familiari e limitare i danni di fronte al probabile arrivo di altri ergastoli, smentendo le dichiarazioni dei pentiti veri, che anche nel maxiprocesso Aemilia sono stati fondamentali.
Una “camurrìa”, un “tiatro”, per dirla alla Camilleri, come confermerebbe una lettera spedita dopo gli interrogatori del 21 e 22 aprile scorsi dal boss ai congiunti: “La farsa è finita”.
La relazione, depositata in questi giorni, mette nero su bianco che «la non credibilità del collaboratore passa attraverso l’analisi di quattro distinti temi: 1) le dichiarazioni sulla famiglia; 2) le dichiarazioni sulle possidenze economiche e finanziarie del sodalizio capeggiato dal dichiarante; 3) le dichiarazioni sugli omicidi; 4) le dichiarazioni sull’analisi dei più recenti collaboratori di giustizia. Per tali tematiche, spesso intrecciate, si darà prova di come le dichiarazioni del presunto collaborante siano in realtà non solo stridenti con i dati di prova oggettivi acquisiti (spesso sorretti da granitici giudicati) bensì orientate verso ricostruzioni del tutto generiche, frutto di incredibili e suggestive valutazioni».
Nella parte relativa alle possidenze – l’aspetto economico cuore della ‘ndrangheta nostrana – il boss risponde in modo generico e vago, affermando di non conoscere nemmeno gli investimenti dei suoi fratelli a Reggio Emilia (Francesco, nel feudo di Brescello, e il reggente Antonio) e negando di avervi mai investito personalmente proventi illeciti. Il pm Guarascio chiede: «Voi in Emilia non avete investito?» Grande Aracri risponde: «No, io in Emilia non ho mai investito. In Emilia c’era… c’era una ‘ndrina distaccata che facìa parte i Cutro, però se la vedìanu loro». Il pm: «Però c’erano anche i suoi fratelli tra l’Emilia, Brescello…”». Grande Aracri: «Io non so quello che loro hanno combinato in Emilia-Romagna».
Il boss devia il discorso su Romolo Villirillo, il cassiere traditore che faceva la cresta: «Praticamente cercava di fotterci anche a noi, però io me ne sono accorto subito e c’haj ditt’iu: “Se ‘on porti i sordi iu t’ammazzu”, c’haj ditt’iu, “…regulatti…”, c’haj ditt’iu». Il pm Guarascio insiste («ci immaginavamo che avevate un patrimonio diversificato di società e di cose, però questo me lo dica lei»), eppure non riesce a cavare un ragno dal buco. «Non sulu Villirillo, anche altri hanno investito, però alla fine non erano sordi mia».
All’ennesimo affondo del pm («I suoi fratelli in Emilia: sa di investimenti fatti in senso ‘ndranghetistico da Francesco, da Rosario, da Antonio?»), Grande Aracri svicola di nuovo: «Allora, di quello che facevano a Reggio Emilia io non sapevo nulla non solo dei miei fratelli, ma anche degli altri, perché lì gestiva Nicolino Sarcone, era quello che gestiva Emilia-Romagna e Lamanna seguìa diciamo Cremona, Mantova…». Il pm: «Ma se Lamanna, scusatemi, dalla sera alla mattina era a Cutro. Lamanna veniva a prendere indicazioni da voi, no? Ci sono le intercettazioni». «Lamanna era il più onesto di tutti». Il pm: «Sì, sì, però veniva da voi». E ancora: «È evidente che le dichiarazioni di Grande Aracri risultano prive di sviluppo investigativo ed anzi le stesse devono essere riferite ad una fonte di prova dichiarativa non credibile», è la conclusione dei pm.
Tralasciando il negare a oltranza del boss sugli omicidi, secondo la Dda «deve ritenersi una totale non credibilità del dichiarante, giacché appare univoco il tentativo del dichiarante di infrangere, con la sua collaborazione, le plurime dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Non solo: appare evidente il tentativo di scardinare gli assetti già censiti in provvedimenti irrevocabili, proprio al momento dell’adozione di nuovi procedimenti penali nei confronti dei suoi familiari e dei suoi complici più fidati», oltre alla «tempistica sospetta della sua presunta collaborazione». —
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