«Mandano avanti le madri Esche, a volte, senza saperlo»
L’esperto dei Servizi sociali: «Così si riconciliano, poi non sanno che accadrà»
Alessandro Cagossi
NOVELLARA. Uno degli aspetti da chiarire relativi alla scomparsa di Saman Abbas, c’è sicuramente il motivo del suo rientro in famiglia, dopo l’abbandono l’11 aprile della comunità in cui era stata accolta dopo aver chiesto e ottenuto la protezione dei Servizi sociali in seguito alla denuncia dei genitori per il matrimonio combinato al quale si è opposta. Saman, in base alla ricostruzione degli investigatori, sarebbe tornata a casa perché si aspettava una «conciliazione» con i familiari. Appare quindi probabile che fossero intercorse delle trattative e che i familiari abbiano convinto Saman a quel passo.
Una possibile spiegazione di quanto potrebbe essere accaduto, di matrice culturale, arriva da un operatore reggiano dei servizi educativi, che in passato ha avuto a che fare con casi simili, almeno nella fase iniziale, a quello di Saman. «Quando arrivano in Italia – spiega l’esperto, che chiede di rimanere anonimo – alcune famiglie pakistane si integrano nella nostra realtà, molto diversa da quella di provenienza, mentre altre rimangono fedeli alle tradizioni. Anzi, a volte sviluppano una maggiore pulsione integralista come forma di difesa di fronte a una società, quella occidentale, molto diversa dalla loro. Spesso contrasti in ambito familiare, nei nuclei dove vige ancora il fermo comando dei capifamiglia maschi, possono portare, come estrema conseguenza, all’allontanamento volontario delle figlie “ribelli” e all’attivazione dei servizi sociali (come avvenuto per Saman, ndr). Un ruolo fondamentale viene svolto dalle madri, con cui le figlie instaurano un rapporto molto stretto dato che le componenti femminili, in questo tipo di contesto, condividono tra loro gran parte del tempo, essendo spesso isolate dal resto della società».
«Sono proprio le madri a essere mandate avanti dai capifamiglia per negoziare, dato che le figlie tendono a fidarsi più di loro che dei padri – prosegue –. Sono le madri a intavolare trattative con le figlie, proponendo loro la ricerca di un compromesso e della riconciliazione tra le parti. Purtroppo, però, spesso le madri, totalmente inconsapevoli dei veri piani del capofamiglia, cui spettano tutte le decisioni, fungono da “esche”. Una volta rientrate, nessuno sa quale possa essere il destino delle loro figlie».
«I servizi sociali sono al corrente dei pericoli che corrono le ragazze che tornano a casa, visti i numerosi precedenti avvenuti anche nel Reggiano. La società di provenienza, quella pakistana, è fortemente patriarcale e con bassi tassi di istruzione, dove parte della popolazione utilizza un approccio fondamentalista nella conduzione degli affari familiari, ancora strettamente legato al ruolo del capofamiglia. Come risultato di questo mix di fattori, nelle classifiche internazionali sulla parità di genere, il Pakistan è agli ultimi posti» spiega.
Passando ai casi concreti, «in passato – spiega l’operatore – una ragazza pakistana abitante nel Reggiano, che si allontanò dalla famiglia per rifiutare un matrimonio combinato, fu convinta a tornare dentro le mura domestiche attraverso l’intercessione della madre che le aveva promesso perdono. Ma poi, una volta rientrata a casa, fu mandata in Pakistan, dove fu effettivamente vittima di un matrimonio combinato, e da allora si sono perse le sue tracce. Abbiamo saputo che furono stracciati tutti i suoi documenti, per impedirle di espatriare. In un altro caso, sempre avvenuto dalle nostre parti, una ragazza e un ragazzo pakistani si innamorarono liberamente, andando contro la tradizione del matrimonio combinato, come volevano le famiglie. Il padre di lui inizialmente era contrario, ma poi accettò la situazione. Il padre di lei, a distanza di anni, non ha mai approvato il loro amore, per cui non si sono mai potuti sposare, nonostante continuino la loro relazione e aspettino, in un certo senso, la “liberatoria” delle famiglie». —
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