Dj, gli unici ancora fermi «Bisogna reinventarsi»
Dj Rocca sui divieti alle discoteche in zona bianca: «Meglio non rischiare»
Ambra Prati
REGGIO EMILIA. «Non sto dalla parte di chi vuole aprire a tutti i costi i locali da ballo, con il rischio di richiudere di nuovo dopo una breve parentesi. Cerco di essere positivo: per ora occorre adattarsi e reinvertarsi». Dj Rocca, al secolo Luca Roccatagliati, uno dei sette soci fondatori del Maffia Soundsystem che è stato per lui un trampolino di lancio per una carriera internazionale alla consolle, non si schiera con gli aperturisti, all’indomani della sospirata zona bianca che ha significato il via libera per tutte le attività. Tutte tranne i luoghi del divertimento notturno, che restano con le serrande abbassate e con i dj al palo.
Come il reggiano Roccatagliati, che è fermo da un anno e mezzo: «L’anno scorso a marzo ero appena tornato dalla Francia, a febbraio avevo delle date a Londra quando è scattato il lockdown. E stop, è finito tutto. Premetto che io lavoro nei club e non nelle grandi discoteche: queste ultime sono un mondo diverso, che io non ho mai bazzicato. Non a caso resto perplesso su iniziative come quelle di San Marino, dove per il 19 giugno è stato organizzato un mega party con 5mila spettatori e dj internazionali sul modello di Barcellona».
Sulla protesta della Fipe (la Federazione italiana pubblici esercizi), che di recente ha alzato la voce agitando lo spauracchio di una riapertura collettiva senza autorizzazione per il primo luglio, dj Rocca è cauto. «Quello delle disco è un campo minato. È vero che è il tipo di divertimento più pericoloso: chi va a ballare non può stare attento a mascherina, distanza di sicurezza, al sudore. A mio parere meglio andare piano, meglio non rischiare, non sapendo se il Covid tornerà in autunno; altrimenti si rischia di replicare l’anno scorso, quando le disco (dopo i contagi in Costa Smeralda, ndr) sono state demonizzate».
Il giardino del vicino, nel panorama europeo, non è sempre più verde. «Dipendo da un’agenzia di Berlino, quasi ferma. Qualche richiesta a colleghi italiani dall’estero è arrivata: più che altro verso l’autunno e dai Paesi del Nord Europa, dall’Inghilterra ben poco, gli spagnoli invece sono più coraggiosi di noi».
Il dibattito, all’interno degli addetti ai lavori, è acceso. «Fra di noi ci sono gli apocalittici e i positivi, per dirla con Umberto Eco: i primi affermano che è finita l’era del clubbing, dei troppi dj o dei dj strapagati; i secondi preconizzano che si tornerà a lavorare ma in modo diverso, magari con una utenza diversa, più live per un pubblico ristretto. Io mi posiziono tra i positivi. Al momento si predilige lo spettacolo live. Per fortuna sono anche un musicista e sto portando avanti un progetto con il pianista Franco D’Andrea: lui al piano, io alle batterie elettroniche e sintetizzatori, offriamo un live jazz elettronico. Del resto non c’è alternativa: noi artisti dobbiamo reinventarci, è sempre stato un must. Se il tuo campo è la ricerca musicale, destinata a un pubblico che pretende sempre di più, restare seduti sugli allori è suicida. Penso che questo valga anche per altri mestieri: colleghi inglesi che giravano il mondo in questo momento fanno i muratori, mio fratello professore universitario ha dovuto ingegnarsi con la Dad. In fondo è positivo: il mondo cambia e anche noi dobbiamo evolverci». —
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