Gazzetta di Reggio

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Aemilia, una ’ndrangheta imprenditoriale

Francesco Dondi

I giudici: «Il vero salto di qualità è dato dalla capacità d’infiltrazione nel tessuto economico anche grazie alle false fatture»

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Francesco Dondi

REGGIO EMILIA. Con 2.985 pagine la Corte di Appello di Bologna, presieduta da Alberto Pederiali (consiglieri Maurizio Passarini e Giuditta Silvestrini), ha motivato i quasi 700 anni complessivi di condanne comminati agli imputati del processo Aemilia.

E i giudici hanno ulteriormente certificato come il radicamento ’ndranghetistico tra Reggio, Modena e il resto della regione esista e sia ben presente pur con alcune specificità. «Il vero salto di qualità è la capacità d’infiltrazione nella economia emiliana grazie al necessario apporto da parte dell’imprenditoria legata al sodalizio mafioso».

Un’organizzazione criminale imprenditoriale, che cercava di fare affari e acquisire potere, ma soprattutto che aveva avuto anche la capacità di distribuire il potere: «Non è emerso alcun elemento probatorio che susciti anche solo il sospetto che in tale ambito venissero impartiti ordini o anche solo che il sodalizio emiliano informasse o tenesse aggiornato il capo cosca cutrese (il riferimento è a Nicolino Grande Aracri), eccetto nei casi in cui quest’ultimo non avesse un interesse particolare avendo egli investito denaro nel singolo affare o essendo destinatario di una parte dei profitti», scrivono i giudici che evidenziano «la sostituzione di un modello accentratore in cui la carica intimidatoria insisteva sulla figura del capo, con una struttura che prevedeva un’organizzazione maggiormente articolata grazie alla presenza di luogotenenti in grado di ripetere, diffondere, moltiplicare la capacità di intimidazione e, allo stesso tempo, frazionare il potere tra più soggetti, in modo da renderli meno pericolosi per l’egemonia instaurata e allo stesso tempo, maggiormente capace di operare e di infiltrarsi sul territorio».

Come avveniva tutto ciò? Tramite azioni violente, operazioni intimidatorie o l’aiuto di personaggi locali di rilevante importanza. Il collegio giudicante parla di «azioni incendiarie che rappresentavano una modalità intimidatoria abituale, volta a rendere arrendevoli e accondiscendenti gli imprenditori all’accettazione delle proposte dell’associazione, anche solo per rimarcare la necessità di reperire il denaro per gli affiliati incarcerati. Condotte vessatorie poste in essere avvalendosi della condizione di assoggettamento e omertà connessa all’ormai diffusa conoscenza della natura e della forza del sodalizio esistente e ai conseguenti timori delle vittime; l’avvicinamento e il coinvolgimento di personaggi gravitanti nel mondo della politica locale e degli organi d’informazione al fine di fornire una connotazione di maggior presentabilità dei soggetti di spicco del sodalizio e degli imprenditori partecipi con lo scopo ultimo di introdursi in ambienti economici e sociali che, in precedenza, apparivano immuni».

«Il guadagno maggiore che arrivasse alla ’ndrangheta era la fatturazione», dice il pentito Giuseppe Giglio e proprio la movimentazione di denaro è trasversale: false fatture per coprire le azioni di usura, estorsioni e pagamenti di crediti fittizi, ma false fatture anche per occultare l’infiltrazione mafiosa nei lavori di ricostruzione del terremoto grazie alla sinergia tra la Bianchini Costruzioni di San Felice e Michele Bolognino. Torna quindi lo strapotere economico della ’ndrangheta che in Emilia si fa anche potere imprenditoriale. —

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