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l’ex calciatore 

«Iaquinta non fece nulla per riavere le armi dal padre»

F.D.
«Iaquinta non fece nulla per riavere le armi dal padre»

Per la Corte il genitore aveva invece un ruolo fondamentale per la cosca ’ndranghetista «Ha consentito l’infiltrazione nei settori economico-politici»

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reggio emilia. Le armi di Vincenzo Iaquinta, ex attaccante della Juventus e della Nazionale, «sono state detenute, quantomeno dall'agosto 2014, dal padre Giuseppe con piena consapevolezza e volontà» dell'ex calciatore, che «pur essendo stato avvisato dal genitore del trasferimento delle armi, benchè a cose fatte, nulla ha fatto per rimediare alla situazione di illiceità, concorrendo quindi con la sua condotta omissiva all'integrazione del reato e consentendo al padre di detenere illegittimamente le sue armi». Per queste ragioni, e sottolineando che Iaquinta «ha consentito la detenzione illegale di due armi da fuoco da parte di un soggetto al quale due anni prima era stata interdetta la detenzione», la Corte d'appello di Bologna «ritiene che la pena di due anni di reclusione e 3.000 euro di multa inflitta dal primo giudice sia del tutto adeguata». Da qui la conferma della condanna a Iaquinta nell'appello della tranche del processo Aemilia svoltasi con rito ordinario, sia pure con il riconoscimento della sospensione condizionale della pena. Diverso il discorso per il padre dell'ex calciatore, Giuseppe Iaquinta, che pur vedendosi ridurre la pena a 13 anni dai 19 comminati dai giudici di primo grado ha visto confermata dal collegio giudicante l'accusa di associazione mafiosa.

I giudici scrivono infatti che Iaquinta «è risultato essere un soggetto con un ruolo fondamentale per il sodalizio, rappresentando la figura dell'imprenditore di successo, oltre che padre di un calciatore famoso», e che «consapevolmente si è prestato al sodalizio, consentendone l'infiltrazione nei settori economici e politici della zona in occasione di affari leciti o illeciti dell'associazione, talvolta anche avvantaggiandosene personalmente». —

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