Gazzetta di Reggio

Reggio

foggia 

Ridotti come gli schiavi a raccogliere pomodori con una paga da fame

Ridotti come gli schiavi a raccogliere pomodori con una paga da fame

I carabinieri arrestano  sei imprenditori agricoli e un senegalese che faceva da intermediario per reclutare i braccianti stranieri

3 MINUTI DI LETTURA





foggia. Trattati come schiavi, messi al lavoro per tante ore nelle campagne del Foggiano dove, piegati sotto il sole, raccoglievano per lo più pomodori e ortaggi, nessuna possibilità di fare una pausa, sottoposti a turni di lavoro massacranti. Sono i braccianti a cui veniva offerta da bere acqua presa dal pozzo e non potabile nelle ore più calde della giornata. Così 150 lavoratori stranieri arruolati a Borgo Mezzanone o nel gran ghetto di Rignano Garganico sono stati sfruttati da imprenditori agricoli senza scrupoli. In sette sono stati arrestati: tre sono in carcere, quattro agli arresti domiciliari. Tutti sono accusati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Si tratta di cinque imprenditori agricoli della provincia di Foggia, uno di Termoli (Campobasso) e di un cittadino di nazionalità senegalese residente a Foggia considerato dagli investigatori il caporale che faceva da intermediario nelle attività di reclutamento dei braccianti.

Le imprese agricole coinvolte nell’inchiesta coordinata sono finite in amministrazione giudiziaria e saranno controllate da custodi decisi dal tribunale. Si tratta di aziende con un giro di affari da due milioni di euro mentre ammonta a un milioni di euro il valore dei beni, mobili e immobili, sequestrati.

Le indagini dei carabinieri sono iniziate nel marzo dello scorso anno dopo la denuncia di due braccianti. Gli accertamenti hanno evidenziato che una cooperativa di Orta Nova (Foggia) si comportava come una agenzia interinale, «assumendo i lavoratori ma eludendo i controlli e consentendo lo sfruttamento illecito di manodopera: era una società schermo», ha spiegato il maggiore Ivano Bigica. Da qui il nome dell’operazione: “Schermo”. Di fatto gli operai venivano assunti dalla società che cercava formalmente personale e che lo assumeva senza però versare i contributi, senza rispettare né i contratti né la normativa sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e senza fornire i dispositivi di protezione.

«La società forniva “un pacchetto di raccolta di pomodori in condizioni di sfruttamento”, fungendo da agenzia interinale senza averne i requisiti ministeriali, favorendo così gli imprenditori a eludere la legge sul collocamento e riducendo i costi ai reali datori di lavoro, creando una lesione ai diritti dei lavoratori reclutati massimizzando così i profitti», hanno spiegato ieri gli inquirenti. Ai braccianti, pagati o cinque euro all’ora oppure 4,50 euro per cassone riempito di ortaggi, venivano tolti 50 centesimi per ogni inadempienza compiuta, dove per inadempienza si intende un pomodoro sporco di terra o una cassetta sistemata male sul camion.

Per controllarli nei campi, i lavoratori venivano videoregistrati perché l’obiettivo era far sì che producessero il più possibile. A confermare le attività illecite il contenuto di smartphone, agende, documenti e pc sequestrati nel corso dell’operazione. «Dalle indagini sono emersi tre aspetti – ha spiegato il tenente colonnello Velticchio, del nucleo tutela lavoro –, che gli arrestati conoscono bene la normativa di settore, al punto da trovare il modo per eluderla; che hanno saputo essere resilienti rigenerandosi dopo qualsiasi evento come le ispezioni; che hanno lasciato al loro destino tanti lavoratori puniti per aver raccolto un pomodoro e non averlo pulito». —



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google