La Rems dopo l’emergenza Coronavirus «Vuota ma senza il servizio psichiatrico»
A Reggio sono una ventina i reclusi in attesa di trasferimento ma l’organizzazione del nuovo servizio è ferma al 2019
Luciano Salsi
REGGIO EMILIA. Fra i danni collaterali del coronavirus si deve mettere in conto anche l’ulteriore ritardo nell’attuazione della riforma del 2012 che, abolendo gli ospedali psichiatrici giudiziari, destinava gran parte delle persone ivi recluse nelle Rems, le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza concepite non come prigioni, ma come strutture sanitarie confortevoli e riabilitative, per quanto sottoposte a vigilanza. L’emergenza pandemica ha costretto a utilizzarle per il Covid e a questo scopo è servita anche la nuovissima Rems costruita nel 2018 in via Montessori, a breve distanza dal carcere di via Settembrini e dall’annesso ex-Opg.
Ma appena qualche giorno fa, all’apertura dei lavori della seconda Conferenza nazionale per la Salute mentale, Maria Cartabia, ministro della Giustizia, ha denunciato che in tutta l'Italia si contano 71 persone costrette a rimanere in una cella pur avendo diritto ad essere ricoverate nelle trenta Rems dotate complessivamente di 709 posti. Sembra che siano una ventina i reclusi in attesa di essere trasferiti nella Rems reggiana, che dispone di trenta posti, dieci dei quali destinati ai pazienti più problematici. La soluzione del problema spetta a Nicoletta Natalini, che dopo il pensionamento di Gaddomaria Grassi gli è subentrata come facente funzione alla direzione del dipartimento di salute mentale dell’Ausl.
«Il ritardo – riconosce l'azienda sanitaria – non è dovuto soltanto al fatto che dall’anno scorso la struttura di via Montessori era adibita a ricovero di pazienti Covid. Già dal mese scorso assistiamo alla rapida diminuzione delle degenze. Ora la Rems ne è libera, ma siamo ancora fermi alla fine del 2019 nell’organizzazione del nuovo servizio, che richiede il coordinamento e la collaborazione fra il personale psichiatrico e quello penitenziario». Non è semplice, infatti, valutare i singoli casi per attuare il principio che chi soffre di una malattia mentale deve essere prioritariamente curato. Inoltre devono essere predisposte le necessarie “misure di sicurezza” con il personale occorrente.
«Non è per ora possibile – ammette l'Ausl – prevedere quanto tempo occorrerà per consentire alla Rems di ospitare le persone che vi sono destinate». Il peso maggiore della riforma grava sul servizio sanitario, a cui fanno capo anche gli psichiatri e gli infermieri tenuti a seguire i carcerati che rimangono nelle celle, pur manifestando disturbi psichici. «Nelle carceri – ha detto la ministra – servono più medici e soprattutto servono più medici specializzati nella cura della mente, oltre che delle ferite del corpo. Il problema della salute mentale in carcere richiede interventi a vari livelli. Ci sono i malati che devono essere seguiti nelle cosiddette Rems e ci sono i detenuti con disturbi tali da non richiedere il ricovero, ma ugualmente col diritto di ricevere l’assistenza necessaria, di nuovo: per il bene del singolo e di tutta la comunità carceraria».
Sulla grave situazione delle Rems era intervenuta pochi giorni fa la Consulta. «Daremo seguito con sollecitudine - ha promesso il ministro della Salute, Roberto Speranza - all’ordinanza della Corte Costituzionale, a partire dalla istituzione dell'osservatorio di monitoraggio su cui siamo in attesa della nomina dei rappresentanti delle regioni». —
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